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  • Fine di Windows 10 : facciamo il punto della situazione
    Forse avete sentito parlare della fine del supporto di Windows 10 senza prestare particolare attenzione, oppure vi state chiedendo se questo vi riguarda. Facciamo il punto della situazione. Questa traduzione di NILOCRAM è distribuita con licenza Creative Commons By-SA 4.0. Testo originale : https://framablog.org/2025/10/01/fin-de-windows-10-faisons-le-point/   Di cosa si tratta ? Microsoft ha annunciato la fine del supporto per Windows 10 per il 14 ottobre 2025. Il sistema non riceverà più ag

Fine di Windows 10 : facciamo il punto della situazione

Forse avete sentito parlare della fine del supporto di Windows 10 senza prestare particolare attenzione, oppure vi state chiedendo se questo vi riguarda.
Facciamo il punto della situazione.

Questa traduzione di NILOCRAM è distribuita con licenza Creative Commons By-SA 4.0.
Testo originale : https://framablog.org/2025/10/01/fin-de-windows-10-faisons-le-point/

 

Di cosa si tratta ?

Microsoft ha annunciato la fine del supporto per Windows 10 per il 14 ottobre 2025. Il sistema non riceverà più aggiornamenti.

Microsoft sta quindi spingendo i suoi utenti a passare alla versione superiore, Windows 11.

Recentemente è stata annunciata una « proroga » (chiamiamola con il suo nome) di un anno, ottenuta dopo pressioni popolari e valida solo per i cittadini dell’Unione Europea (vedi https://www.lemonde.fr/pixels/article/2025/09/26/fin-du-support-de-windows-10-microsoft-ouvre-la-possibilite-d-obtenir-une-prolongation-des-mises-a-jour_6643073_4408996.html)

Microsoft ha fatto un comunicato sull’argomento senza entusiasmo, come nota l’associazione Halte à l’Obsolescence Programmée.

Secondo le ultime notizie, questo anno supplementare sarà gratuito, mentre inizialmente era previsto un costo di 30 dollari (circa 28 euro). Tuttavia, sarà gratuito solo se creerai il tuo account sui server di Microsoft, consentendo loro l’accesso completo ai tuoi dati e alle tue apparecchiature.

Ma in ogni caso, se hai un computer un po’ vecchio (risalente a prima del 2017), non potrà passare a Windows 11 e diventerà quindi rapidamente obsoleto dal punto di vista del software. Vedi : https://fr.wikipedia.org/wiki/Windows_11#Mise_%C3%A0_niveau_et_configuration_minimale_requise

Per completezza, esistono soluzioni alternative che consentono di installare Windows 11 su un PC privo del famoso chip di sicurezza TPM 2.0 (installato sui PC a partire dal 2016). Tuttavia, queste soluzioni compromettono la sicurezza e persino la stabilità del sistema. È pericoloso.

Ma allora cosa devo fare con il mio computer ?

Non scoraggiarti ! Continua a leggere ! Non è una fatalità !

Il mio computer smetterà di funzionare ?

Il tuo computer continuerà a funzionare. I suoi componenti hardware sono ancora in buone condizioni e progettati per durare molto più a lungo. Ma in assenza di aggiornamenti, in particolare quelli di sicurezza, il sistema Windows 10 diventerà vulnerabile. Virus e persone disoneste potranno introdursi nel computer. I rischi sono reali, anche nel mondo fisico : monitoraggio della tua attività a fini di furto d’identità, ricatto con blocco del computer (ransomware), utilizzo della tua casella di posta elettronica per inviare e-mail trappola (phishing). Non è fantascienza per spaventare, è la quotidianità degli specialisti della sicurezza informatica.

E se ti stai chiedendo « perché dovrebbero attaccare me, che sono una persona anonima nella folla? », sappi che gli hacker setacciano ogni possibile bersaglio, migliaia di volte all’ora.

Se il tuo computer è esposto, è solo questione di tempo prima che arrivino i guai.

Devo cambiare PC ?

Se il tuo PC è precedente al 2017 e desideri continuare a utilizzare Windows, allora sì, devi cambiare computer. Ciò significa rottamare un dispositivo che funziona perfettamente e che potrebbe durare ancora per anni.

Dal punto di vista ambientale, è un vero e proprio disastro. Si stima che 240 milioni di computer finiranno nella spazzatura (ti abbiamo dato la stima più bassa, le cifre variano a seconda delle fonti, ma sono comunque enormi, un’altra stima parla di 400 milioni). Tuttavia, è stato dimostrato da tempo che è la produzione di un dispositivo elettronico a inquinare maggiormente nel suo ciclo di vita. È quindi un comportamento virtuoso conservare un dispositivo il più a lungo possibile se si vuole ridurre al minimo il suo impatto sul mondo.

Anche dal punto di vista economico è una pessima notizia. Il prezzo dei computer nuovi, che sono certamente sempre più potenti, non varia molto nel tempo. Si tratta quindi di un investimento importante. E soprattutto fatti la domanda : il tuo utilizzo giustifica l’acquisto di un computer ultra potente per la tua scrivania ?

Sappi che il problema è lo stesso per le amministrazioni, le associazioni, le aziende. Questa storia costerà una fortuna all’intera comunità e quindi, di riflesso, a ciascuno di noi : il tuo comune, la tua scuola, il tuo datore di lavoro, i ministeri, ecc. Tutto questo per una decisione presa negli Stati Uniti da una sola azienda.

Ma perché Microsoft lo fa ?

Microsoft è un’azienda capitalista che esiste per fare soldi. Mi dirai : anche il mio idraulico. Ma il mio idraulico non mi obbliga a comprare una nuova casa perché il mio rubinetto è troppo vecchio.

Microsoft integra la sua tecnologia di intelligenza artificiale (Copilot) in Windows 11. Ci sono persino computer commercializzati con il nome « Copilot+ ». Tuttavia, lo sviluppo di questa intelligenza artificiale è costato una fortuna e continuerà a costare. Ad esempio, Microsoft si è impegnata a investire 25 miliardi di euro nel Regno Unito durante la visita di Trump.

Ma l’adozione è più lenta del previsto. Le persone non sanno bene cosa fare con Copilot. A parte battute e resoconti di riunioni (abbiamo una soluzione per te : prova Lokas).

Il 27 settembre 2025 la Deutsche Bank ha pubblicato un’analisi secondo cui l’intera economia degli Stati Uniti dipende dagli investimenti nell’intelligenza artificiale.

Per Microsoft, si tratta di rendere tutto questo redditizio aumentando il prezzo delle licenze (all’acquisto, Windows 11 costerà più di Windows 10, si parla di 145 € per una licenza « famiglia » contro i 50 €, tre volte di più). Anche a costo di forzare un po’ la mano alla clientela, ma certo.

Da notare : è stato dimostrato che Windows 11 ti spia fin dalla sua installazione.

Esiste un’alternativa al cambio di computer ?

È il momento giusto per provare qualcosa di diverso.

Puoi conservare il tuo attuale computer e passare a un altro sistema che ha dato buona prova di sé : GNU Linux.

Il pinguino, mascotte di Linux, al centro dell’attenzione. Licenza CC By David Revoy

 

Un buon modo, tra parentesi (militanti), per spiegare a Microsoft che non vogliamo il suo mondo.

È una scelta sempre più diffusa : la quota di sistemi Linux nelle case è in costante aumento, anche se ancora modesta rispetto al dominio di Microsoft su questo mercato. Pensa che, sebbene sia illegale, non hai ancora una vera scelta del sistema quando acquisti un nuovo computer, perché Microsoft ha firmato accordi con i produttori. Apri la scatola e Windows è già lì. Si tratta di vendita abbinata, che è vietata, ma ti spiegheranno che un computer senza sistema operativo, che dovrai installare tu stesso, non si venderebbe.

Tuttavia, sempre più fornitori di PC offrono computer senza sistema preinstallato o lasciano a te la scelta.

Per quanto riguarda la questione che ci interessa oggi : installare Linux su un computer che già possiedi è diventato molto semplice. Paradossalmente, è quasi più semplice che per Windows, che ti obbliga a essere connesso a Internet, a creare un account Microsoft, ecc.

Un vicolo cieco, Windows ? Non preoccuparti, abbiamo altre soluzioni da proporti ! – Licenza CC By David Revoy

 

Tuttavia, può sembrare una sfida insormontabile quando si è un semplice utente. Chiedi aiuto.

Pensa a quanto è fastidioso cambiare una lampadina della tua auto : bisogna avere dita di ferro, lavorare a tentoni, con il rischio di tagliarsi, quindi preferisci chiedere a qualcuno che l’ha già fatto e tutto diventa subito più semplice. Se vuoi davvero imparare come si fa, puoi sempre cercare la documentazione in un momento più adatto. Ma l’idea, qui e ora, è quella di avere la luce sull’auto.

Vuoi passare a Linux ? Fatti aiutare

Innanzitutto, cos’è Linux ?

È un termine semplificato. Linux è il nome del motore che si trova al centro del sistema. I puristi ti correggeranno dicendo « GNU/Linux », ma la prima parte, che è altrettanto importante, è uscita dal linguaggio comune.

Per semplificare al massimo, si tratta di un sistema informatico nato nel mondo accademico che permette di far funzionare computer grandi e piccoli (il tuo smartphone Android, il tuo router Internet e il GPS della tua auto funzionano con una versione di Linux) e che consente di utilizzare tutta una serie di software, per lo più comunitari e gratuiti. Questa definizione è davvero molto semplicistica, ma la preciserai col tempo.

Quale distribuzione scegliere ?

La domanda non è essenziale, ma è necessario porsela. Infatti, i sistemi che funzionano con un kernel Linux fanno parte, a differenza di quelli più monolitici di Apple e Microsoft, di una famiglia molto ampia.

Una « distribuzione » è un insieme costituito da un sistema, un ambiente desktop e software assemblati in modo da funzionare armoniosamente. Alcune distribuzioni sono destinate a usi molto specifici ; altre sono state pensate per essere di facile accesso.

Un sistema GNU/Linux è installato con dei software per poter lavorare immediatamente. Licenza CC By David Revoy

 

I geek passano il loro tempo a testare le distribuzioni e a confrontare i loro pregi e difetti. Ognuno ha la propria opinione e ognuno è pronto a difenderla. Forse un giorno anche tu ti appassionerai.

In definitiva, le cose sono abbastanza semplici se sei alle prime armi : scegli distribuzioni orientate al « grande pubblico », in modo da trovare facilmente documentazione e assistenza. Non lasciarti incastrare in soluzioni esotiche che ti daranno del filo da torcere.

Citiamo ad esempio Emmabuntüs, Ubuntu o Fedora, che sono progettate per facilitarne l’adozione e sono dotate di un’abbondante documentazione in francese.

Ho paura di non capire nulla di Linux

Sai davvero come funziona il tuo attuale Windows ? O il tuo smartphone ? O anche il tuo router Internet ?

All’inizio non avrai bisogno di sapere tutto su Linux per utilizzarlo. Bastano poche spiegazioni. Imparerai man mano e non saprai mai tutto, ma non importa. Personalmente considero ancora la frizione una cosa magica, non ci capisco niente. Ma parto comunque al semaforo verde.

La maggior parte dei geek, stanchi di passare le vacanze di fine anno o le serate a riparare i dispositivi Windows della famiglia, hanno fatto migrare tutti a Linux. E indovina un po’ ? Riceviamo molte meno richieste di assistenza rispetto a prima !

Funziona bene come Windows ?

Se fai questa domanda a una persona che usa Linux, la risposta sarà probabilmente « funziona meglio », con un sorriso leggermente condiscendente.

I sistemi Linux hanno enormi vantaggi : sono progettati sia per essere connessi che per essere ben difesi, perché le loro origini sono proprio lì. La maggior parte dei computer che fanno funzionare Internet utilizzano Linux, quindi è stato necessario garantire la sicurezza e l’interoperabilità. Le distribuzioni destinate ai nostri dispositivi personali sono varianti di sistemi progettati per preservarne l’integrità di fronte ad attacchi, aumento del carico di lavoro, guasti e interruzioni di rete.
In sostanza, far funzionare Linux sul tuo PC è come chiedere alla direttrice di un ipermercato di gestire il minimarket all’angolo. Farà perfettamente il suo lavoro, anzi, si annoierà un po’.

Attenzione però (eh sì, c’è un ma) se esci dai sentieri battuti dell’informatica domestica e utilizzi applicazioni professionali o specializzate. Verifica che esista un equivalente in Linux, cosa molto probabile, ma aspettati di dover imparare nuove abitudini. Si tratterà di un equivalente, di un’alternativa, non della stessa applicazione. Quindi, se un’attività per te essenziale che svolgi col tuo computer è al di fuori della consultazione di Internet, delle tue e-mail, dei social network, in breve degli usi più classici, tieni presente che ciò richiederà uno sforzo più o meno grande, come per qualsiasi cambiamento.

Passare da Windows a Linux è un po’ come traslocare : non si prendono più le stesse strade per tornare a casa, le chiavi non funzionano allo stesso modo, il panificio è diverso, bisogna memorizzare il nuovo codice dell’edificio, ma alla fine si dorme sempre nel proprio letto e si è in grado di prepararsi un piatto di pasta nella nuova cucina.

Anche una passione abbastanza diffusa come la fotografia richiederà un po’ di lavoro : le applicazioni di elaborazione delle foto (DarkTable, Gimp, RawTherapee) sono potenti ed efficaci su Linux, ma richiedono un po’ di tempo per essere padroneggiate. Perché non provarle oggi stesso ? Esistono anche su Windows ! Quante ore hai passato su LightRoom e Photoshop prima di imparare a usarli ?

Quanto costa ?

Abbiamo una buona notizia per te : la maggior parte delle distribuzioni Linux sono completamente gratuite. Ciò non significa che non devi dare nulla in cambio. Puoi contribuire allo sforzo collettivo versando il tuo contributo a un’associazione, al team che si occupa della manutenzione del tuo software preferito, o dando una mano a tua volta alle persone che ti circondano.

Ho un PC DAVVERO vecchio ; esiste una versione di Linux adatta a me ?

Esistono distribuzioni Linux « leggere » che possono funzionare su hardware vecchio. Per spiegarmi meglio, sempre semplificando un po’, la base rimane la stessa (in particolare il « kernel », sviluppato 34 anni fa da Linus Torvalds, il che spiega perché si chiama così), ma vengono utilizzate applicazioni meno esigenti e un ambiente desktop più economico. Si sacrifica l’eleganza per dare respiro al PC. Le icone sono meno belle e non ci sono effetti grafici mozzafiato, ma funziona. Questo articolo è stato scritto su un dispositivo che ha più di 15 anni ed è il mio computer principale.

Un altro vantaggio : la struttura compartimentata del sistema lo rende più robusto ; ad esempio, si può fare completamente a meno di un antivirus (che, per essere onesti, richiedono meno risorse rispetto al passato).

È anche possibile migliorare le prestazioni di un vecchio computer aggiungendo memoria supplementare e un disco rigido moderno (SSD), il che costa molto meno che comprarne uno nuovo (circa 200 euro). Ma la versione 11 di Windows richiede un componente hardware che non potrete aggiungere al vostro vecchio PC.

È fatto apposta. È per venderne di nuovi.

Come posso farmi aiutare ?

Insieme possiamo spostare le montagne – Licenza CC By David Revoy

In effetti, cimentarsi da soli in questa impresa è complicato, anche se fattibile. Su Internet si trovano tutorial ovunque.

L’April, l’associazione per la promozione e la difesa del software libero (di cui Framasoft è membro), ha lanciato il primo ottobre 2025 (e per un anno) l’operazione Adieu Windows, bonjour le Libre ! Trovi tutti gli eventi organizzati dai Gruppi di Utenti di Software Libero (GULL) sul sito https://adieuwindows.april.org o su l’Agenda du Libre.

Install-party, incontri digitali, punti informazioni o repair café : c’è sicuramente un evento organizzato vicino a te. Vieni con il tuo computer, i volontari ti aiuteranno a installare una distribuzione libera (non dimenticare di salvare i tuoi dati prima, ad esempio acquistando un disco rigido esterno per poche decine di euro).

Aide Linux è un’iniziativa costituita da volontari che intervengono a titolo individuale. Li trovi su https://aidelinux.gogocarto.fr/map#/

In conclusione

È il momento giusto. È il momento di fare il grande passo, di mandare al diavolo Microsoft e passare a un sistema elegante, libero e rispettoso, conservando al contempo il tuo hardware.

Il tuo computer manterrà le sue possibilità di evoluzione, senza ricatti, senza costi aggiuntivi, per anni.

Non ti spierà e ne avrai il controllo.

Non ti rifilerà pubblicità ogni cinque minuti. Anzi, se ben configurato, ti proteggerà da essa.

Non aspettare di trovarti con le spalle al muro l’anno prossimo.

È il momento di riprenderti la tua libertà !

Per saperne di più

La petizione :
https://www.halteobsolescence.org/non-taxe-windows-coalition-22-organisations-maintien-mises-a-jour-de-securite-windows-10/

Reportage « L’œil du 20H » : https://youtu.be/76T8oubek-c?si=NYCcDMHfrHJx9_R3
Ammira la maestria dei giornalisti nell’evitare di parlare di Linux.

Un sito dedicato alla fine di Windows 10 : https://endof10.org/it/

Rinvio della fine del supporto : https://www.presse-citron.net/microsoft-windows-10-sursis-un-an/

Articolo recente di Next : https://next.ink/201908/fin-de-windows-10-que-faire/

Distribuzioni :

Il problema per le istituzioni :
https://www.lesnumeriques.com/appli-logiciel/une-gabegie-de-ressources-pour-le-public-l-environnement-et-les-finances-publiques-une-petition-s-erige-contre-la-fin-de-vie-programmee-de-windows-10-n242395.html

E la soluzione : https://www.cio-online.com/actualites/lire-jean-marie-seguret-dsi-de-lyon–se-soustraire-de-microsoft-impose-un-travail-de-fond-16527.html

I sistemi basati su Linux sono ormai alla portata di tutti :
https://abilian.com/fr/news/2-millions-utilisateurs-linux-france/
https://cnll.fr/news/linux-en-france-2-millions-utilisateurs/

Grazie a David Revoy che ha realizzato i disegni che illustrano questo articolo. Anche lo sfondo delmio schermo è un disegno di David.

Il desktop dell’autore

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  • Fin de Windows 10 : faisons le point
    Vous avez peut-être entendu parler de la fin du support de Windows 10 sans forcément y prêter attention, ou vous vous demandez si ça vous concerne. Faisons le point. À noter : version italienne réalisée par NILOCRAM. De quoi est-il question ? Microsoft a annoncé la fin du support de Windows 10 pour le 14 octobre 2025. Le système ne recevra plus de mises à jour. Microsoft pousse donc ses utilisateurs et utilisatrices à passer à la version supérieure, Windows 11. Récemment, un « sursis » (appelo

Fin de Windows 10 : faisons le point

Vous avez peut-être entendu parler de la fin du support de Windows 10 sans forcément y prêter attention, ou vous vous demandez si ça vous concerne.

Faisons le point.

À noter : version italienne réalisée par NILOCRAM.

De quoi est-il question ?

Microsoft a annoncé la fin du support de Windows 10 pour le 14 octobre 2025. Le système ne recevra plus de mises à jour.

Microsoft pousse donc ses utilisateurs et utilisatrices à passer à la version supérieure, Windows 11.

Récemment, un « sursis » (appelons les choses par leur nom) d’un an a été annoncé, obtenu après pression populaire et valable uniquement pour les citoyennes et citoyens de l’Union Européenne (voir https://www.lemonde.fr/pixels/article/2025/09/26/fin-du-support-de-windows-10-microsoft-ouvre-la-possibilite-d-obtenir-une-prolongation-des-mises-a-jour_6643073_4408996.html)

Microsoft a communiqué sans entrain sur le sujet, comme le note l’association Halte à l’Obsolescence Programmée.

Cette année supplémentaire sera finalement gratuite aux dernières nouvelles, il était prévu qu’elle soit facturée $30 (environ 28€). Enfin, gratuit uniquement si vous créez votre compte sur les serveurs de Microsoft, leur laissant un accès total à vos données et votre matériel.

Mais quoi qu’il arrive, si vous avez un ordinateur un peu ancien (datant d’avant 2017), il ne pourra pas passer à Windows 11 et deviendra donc rapidement obsolète d’un point de vue logiciel. Voir : https://fr.wikipedia.org/wiki/Windows_11#Mise_%C3%A0_niveau_et_configuration_minimale_requise

Pour être tout-à-fait complet, il existe des solutions de contournement qui permettent d’installer Windows 11 sur un PC dépourvu de la fameuse puce de sécurité TPM 2.0 (installée sur les PC à partir de 2016). Mais elles mettent à mal la sécurité et même la stabilité du système. C’est dangereux.

Mais alors je fais quoi avec mon ordi ?

Ne vous découragez pas ! Continuez à lire ! Ce n’est pas une fatalité !

Est-ce que mon ordinateur va cesser de fonctionner ?

Votre ordinateur va continuer à fonctionner. Ses composantes matérielles sont toujours en bon état et conçues pour durer bien plus longtemps. Mais en l’absence de mises à jour, notamment de sécurité, le système Windows 10 va devenir vulnérable. Des virus et des personnes malhonnêtes vont pouvoir s’introduire dans la machine. Les risques sont réels, y compris dans le monde physique : surveillance de votre activité à des fins d’usurpation d’identité, chantage au verrouillage de l’ordinateur (rançongiciel), utilisation de votre boite mail pour envoyer des mails-pièges (phishing). Ce n’est pas de la science-fiction pour faire peur, c’est le quotidien des spécialistes en sécurité informatique.

Et si vous vous dites « pourquoi s’attaquerait-on à moi qui suis une personne anonyme dans la foule ? », sachez que les pirates ratissent tous azimuts, des milliers de fois par heure, toutes les cibles possibles.

Si votre ordinateur est exposé, ce n’est qu’une question de temps avant que les ennuis ne pointent leur nez.

Est-ce que je dois changer de PC ?

Si votre PC date d’avant 2017 et que vous souhaitez continuer à utiliser Windows, alors oui, il faut changer d’ordinateur. C’est-à-dire mettre au rebut un appareil qui fonctionne parfaitement et qui peut encore durer des années.

Du point de vue de l’environnement, c’est une catastrophe pure et simple. On estime à 240 millions le nombre d’ordinateurs qui vont partir à la casse (on vous a mis l’estimation basse, les chiffres changent selon les sources mais ils sont toujours énormes, une autre estimation parle de 400 millions). Or, il est démontré depuis longtemps que c’est la fabrication d’un appareil électronique qui pollue le plus dans son cycle de vie. Il est donc vertueux de conserver un appareil le plus longtemps possible si on veut minimiser son impact sur le monde.

Du point de vue du porte-monnaie, c’est aussi une très mauvaise nouvelle. Le prix des ordinateurs neufs, qui sont certes de plus en plus puissants, ne varie pas tant que ça dans le temps. C’est donc un gros investissement. Et surtout posez-vous la question : votre usage justifie-t-il d’avoir une machine ultra-puissante sur votre bureau ?

Sachez que le problème est le même pour les administrations, les associations, les entreprises. Cette histoire va coûter une fortune à la communauté toute entière, et donc à chacun et chacune d’entre nous par ricochet : votre mairie, votre école, votre employeur, les ministères, etc. Tout ça pour une décision prise aux États-Unis par une seule entreprise.

Mais pourquoi Microsoft fait ça ?

Microsoft est une entreprise capitaliste qui est là pour gagner de l’argent. Vous me direz : mon plombier aussi. Mais mon plombier ne m’oblige pas à acheter un nouveau logement parce que mon robinet est trop vieux.

Microsoft embarque sa technologie d’intelligence artificielle (Copilot) dans Windows 11. Il y a même des ordinateurs qui sont commercialisés sous le nom « Copilot+ ». Or, le développement de cette intelligence artificielle lui a coûté des fortunes, et va encore lui en coûter. Par exemple Microsoft s’est engagée à investir 25 milliards d’euros au Royaume-Uni lors de la visite de Trump.

Mais l’adoption est plus lente que prévu. Les gens ne savent pas trop quoi faire avec Copilot. À part des blagues et des comptes-rendus de réunion (on a une solution pour vous : essayez Lokas).

La Deutsche Bank a d’ailleurs publié le 27 septembre 2025 une analyse selon laquelle c’est toute l’économie des États-Unis qui est suspendue aux investissements dans l’intelligence artificielle.

Pour Microsoft, il s’agit de rentabiliser tout ça en augmentant le prix des licences (à l’achat Windows 11 coûtera plus cher que Windows 10, on parle de 145€ pour une licence « famille » contre 50€, trois fois plus). Quitte à forcer un peu la main de la clientèle, ben voyons.

À noter au passage : il a été prouvé que Windows 11 vous espionne dès son installation.

 

Est-ce qu’il y a une alternative au changement d’ordinateur ?

C’est le moment où jamais de tester autre chose.

Vous pouvez conserver votre ordinateur actuel et le passer sur un autre système qui a fait ses preuves : GNU Linux.

Le manchot, mascotte de Linux, sous le feu des projecteurs. Licence CC By David Revoy

 

Une bonne façon, entre parenthèses (militantes), d’expliquer à Microsoft que son monde, on n’en veut pas.

C’est un choix qui se répand : la part des systèmes Linux à la maison ne fait qu’augmenter, même si elle est encore timide, rapport à la mainmise de Microsoft sur ce marché. Pensez que, bien que ce soit illégal, vous n’avez pas encore vraiment le choix du système quand vous achetez un ordinateur neuf, parce que Microsoft a signé des accords avec les constructeurs. Vous ouvrez le carton, Windows est déjà là. C’est de la vente liée, c’est interdit, mais on vous expliquera qu’un ordi vide, que vous devrez installer vous-même, ne se vendrait pas.

Cependant de plus en plus de fournisseurs de PC vous proposent des ordinateurs sans système pré-installé, ou vous laissent le choix.

Quant à la question qui nous préoccupe aujourd’hui : installer Linux sur un ordinateur que vous possédez déjà, c’est devenu très simple. Même, paradoxalement, presque plus simple que pour Windows, qui vous oblige à être connecté⋅e à Internet, à créer un compte Microsoft, etc.

Une impasse, Windows ? Pas de souci, on a autre chose à proposer ! – Licence CC By David Revoy

 

Toutefois, ça peut sembler un défi insurmontable quand on est simple utilisateurice. Faites-vous aider.

Pensez à l’ennui que c’est de changer une ampoule sur votre voiture : il faut avoir des doigts de fée, travailler à tâtons, au risque de se couper, alors vous préférez demander à quelqu’un qui l’a déjà fait et c’est tout de suite plus simple. Si vous voulez vraiment apprendre comment faire, il sera toujours possible de chercher de la documentation dans un moment plus adapté. Mais l’idée, là, maintenant, c’est d’avoir de la lumière sur la voiture.

Envie de passer à Linux ? Faites-vous accompagner

D’abord c’est quoi, Linux ?

C’est un mot simplificateur. Linux est le nom du moteur qui se trouve au cœur du système. Les puristes vous reprendront en disant « GNU/Linux », mais la première partie, qui est tout aussi importante, est sortie du langage courant.

Pour schématiser à la grosse louche, c’est un système informatique issu du monde universitaire qui permet de faire tourner des ordinateurs gros comme petits (votre smartphone Android, votre box Internet, et le GPS de votre voiture tournent sur une version de Linux) et qui permet d’utiliser toute une galaxie de logiciels, la plupart du temps communautaires et gratuits. Cette définition est vraiment très simpliste, mais vous l’affinerez au fil du temps.

Quelle distribution choisir ?

Cette question n’est pas essentielle, mais il faut se la poser. En effet, les systèmes tournant avec un noyau Linux font partie, contrairement à ceux d’Apple et Microsoft plus monolithiques, d’une très vaste famille.

Une « distribution » est un ensemble constitué d’un système, d’un environnement de bureau, et de logiciels assemblés de façon à fonctionner harmonieusement. Certaines distributions sont destinées à des usages bien spécifiques ; certaines ont été pensées pour être faciles d’accès.

Un système GNU/Linux est installé avec des logiciels pour pouvoir travailler immédiatement. Licence CC By David Revoy

 

Les geeks passent leur temps à tester des distributions et à comparer leurs mérites et défauts. Tout le monde a son avis, tout le monde est prêt à le défendre. Vous vous y mettrez peut-être un de ces jours.

En définitive, les choses sont assez simples si vous débutez : choisissez des distributions orientées « grand public », de façon à trouver facilement de la documentation et de l’aide. N’allez pas vous embringuer dans des solutions exotiques qui vont vous donner du fil à retordre.

Citons par exemple Emmabuntüs, Ubuntu ou Fedora qui sont conçues pour vous faciliter leur adoption et pourvues d’une abondante documentation en français.

J’ai peur de ne rien comprendre à Linux

Est-ce que vous savez réellement comment fonctionne votre Windows actuel ? Ou votre smartphone ? Ou même votre box Internet ?

Dans un premier temps, vous n’aurez pas besoin de tout savoir sur Linux pour l’utiliser. Quelques explications suffiront. Vous apprendrez en marchant et vous ne saurez jamais tout, mais ça n’est pas grave. Personnellement je considère encore que l’embrayage est un truc magique, je n’y comprends rien. Mais je démarre quand même au feu vert.

La plupart des geeks, lassés de passer leurs congés de fin d’année ou leurs soirées à dépanner les appareils Windows familiaux, ont migré tout le monde sous Linux. Et devinez quoi ? Nous recevons beaucoup moins de sollicitations qu’avant !

Ça fonctionne aussi bien que Windows ?

Si vous posez cette question à une personne qui utilise Linux, la réponse sera probablement « ça fonctionne mieux », avec le sourire légèrement condescendant de circonstance.

Les systèmes Linux ont d’énormes avantages : ils sont conçus pour être à la fois connectés et étanches, parce que leurs origines sont là. La plupart des ordinateurs qui font tourner Internet sont sous Linux, il a donc fallu faire en sorte que la sécurité et l’interopérabilité soient au rendez-vous. Les distributions destinées à nos appareils personnels sont des déclinaisons de systèmes conçus pour préserver leur intégrité face aux attaques, à une augmentation de la charge de travail, aux pannes, aux coupures du réseau.
En gros, faire tourner Linux sur votre PC, c’est comme si vous demandiez à la directrice d’un hypermarché de gérer la supérette du coin. Elle va parfaitement faire le job, voire s’ennuyer un peu.

Attention tout de même (ben oui, il y a un bémol) si vous sortez des sentiers battus de la bureautique familiale et que vous utilisez des applications professionnelles ou spécialisées. Vérifiez qu’il existe un équivalent sous Linux, ce qui est très probable, mais attendez-vous à devoir apprendre de nouvelles habitudes. Il s’agira d’un équivalent, d’une alternative, pas de la même application. Donc si une activité essentielle pour vous se trouve dans votre ordinateur en dehors de la consultation d’Internet, de vos mails, des réseaux sociaux, en bref des usages les plus classiques, notez bien que ça va vous demander un effort plus ou moins grand, comme pour n’importe quel changement.

Passer de Windows à Linux, c’est un peu comme déménager : on ne prend plus les mêmes routes pour rentrer chez soi, les clés ne fonctionnent pas pareil, la boulangerie est différente, il faut mémoriser le nouveau code de l’immeuble, mais au final on dort toujours dans son lit et on est capable de se faire des nouilles dans la nouvelle cuisine.

Même une passion assez répandue comme la photographie va vous demander un peu de boulot : les applications de traitement de photos (DarkTable, Gimp, RawTherapee) sont puissantes et efficaces sous Linux, mais elles demandent à être apprivoisées. Pourquoi ne pas les essayer dès aujourd’hui ? Elles existent aussi sous Windows ! Quel nombre d’heures avez-vous passé sur LightRoom et Photoshop avant de savoir vous en servir ?

 

Combien ça coûte ?

Nous avons une bonne nouvelle pour vous : la plupart des distributions Linux sont entièrement gratuites. Ça ne veut pas dire qu’il ne faut rien donner en échange. Vous pourrez contribuer à l’effort collectif en versant votre écot à une association, à l’équipe qui assure la maintenance de votre logiciel favori, ou encore en donnant un coup de main à votre tour dans votre entourage.

 

J’ai VRAIMENT un vieux PC ; est-ce qu’il y a une version de Linux pour moi ?

Il existe des distributions Linux « légères » qui peuvent faire tourner du vieux matériel. Pour vous expliquer, toujours en schématisant un peu, le socle reste le même (notamment « le noyau », développé il y a 34 ans par M. Linus Torvalds, ce qui vous explique pourquoi on l’appelle comme ça) mais on met des applications moins gourmandes et un environnement de bureau plus économe. On sacrifie à l’élégance pour donner du souffle au PC. Les icônes sont moins jolies et il n’y a pas d’effets graphiques époustouflants, mais ça fonctionne. Cet article est écrit sur un engin qui a plus de 15 ans et qui est mon ordinateur principal.

 

Autre atout : la structure compartimentée du système le rend plus robuste ; on peut par exemple se passer complètement d’un antivirus (qui sont devenus, pour être tout-à-fait honnête, moins gourmands qu’autrefois).

 

Il est aussi possible de donner un coup de fouet à une vieille machine en lui greffant de la mémoire supplémentaire et un disque dur moderne (SSD), ce qui revient bien moins cher que d’en racheter un (environ 200 euros). Mais la version 11 de Windows nécessite un composant matériel que vous ne pourrez pas ajouter dans votre vieux PC.

 

C’est fait exprès. C’est pour en vendre.

 

Comment me faire aider ?

Ensemble on déplace des montagnes – Licence CC By David Revoy

 

En effet, se lancer dans son coin reste délicat, même si c’est faisable. Il y a des tutoriels partout sur Internet.

 

L’April, l’association pour la promotion et la défense du Logiciel Libre (dont Framasoft est membre) a lancé ce premier octobre 2025 (et pour un an) l’opération Adieu Windows, bonjour le Libre ! Retrouvez tous les événements organisés par des Groupes d’Utilisateurices de Logiciels Libres (GULL) sur le site https://adieuwindows.april.org ou sur l’Agenda du Libre.

 

Install-parties , permanences, rendez-vous numériques, points infos ou repair cafés, il y a forcément un évènement qui sera organisé près de chez vous. Venez avec votre ordi, des bénévoles vous aideront à installer une distribution libre (n’oubliez pas de sauvegarder vos données avant, par exemple en achetant un disque dur externe pour quelques dizaines d’euros).

 

Aide Linux est une initiative constituée de bénévoles qui interviennent à titre individuel. Retrouvez les sur https://aidelinux.gogocarto.fr/map#/

La carte Aide Linux

En conclusion

C’est le moment. C’est le moment de sauter le pas, de faire un bras d’honneur à Microsoft et de passer à un système élégant, libre et respectueux, tout en conservant votre matériel.

Votre ordinateur gardera ses possibilités d’évolution, sans chantage, sans coût supplémentaire, pendant des années.

Il ne vous espionnera pas, et vous en aurez la maîtrise.

Il ne vous fourguera pas de la publicité toutes les cinq minutes. Voire, bien réglé, il vous en protégera.

N’attendez pas d’être au pied du mur l’an prochain.

C’est le moment de reprendre votre liberté !

Pour aller plus loin

Page officielle de Microsoft : https://support.microsoft.com/fr-fr/windows/windows-10-support-prend-fin-le-14-octobre-2025-2ca8b313-1946-43d3-b55c-2b95b107f281

 

La pétition :
https://www.halteobsolescence.org/non-taxe-windows-coalition-22-organisations-maintien-mises-a-jour-de-securite-windows-10/

 

Reportage « l’œil du 20H » : https://youtu.be/76T8oubek-c?si=NYCcDMHfrHJx9_R3
Admirez la virtuosité des journalistes pour éviter de parler de Linux.

Un site dédié à la fin de Windows 10 : https://endof10.org/fr/

Report de la fin du support : https://www.presse-citron.net/microsoft-windows-10-sursis-un-an/

Article récent de Next : https://next.ink/201908/fin-de-windows-10-que-faire/

 

Distributions :

 

Le problème pour les institutions :
https://www.lesnumeriques.com/appli-logiciel/une-gabegie-de-ressources-pour-le-public-l-environnement-et-les-finances-publiques-une-petition-s-erige-contre-la-fin-de-vie-programmee-de-windows-10-n242395.html

Et la solution : https://www.cio-online.com/actualites/lire-jean-marie-seguret-dsi-de-lyon–se-soustraire-de-microsoft-impose-un-travail-de-fond-16527.html

 

Les systèmes basés sur Linux sont désormais à la portée de tout le monde :
https://abilian.com/fr/news/2-millions-utilisateurs-linux-france/
https://cnll.fr/news/linux-en-france-2-millions-utilisateurs/

 

Merci à David Revoy qui a réalisé les dessins illustrant cet article. Même mon fond d’écran est un dessin de David. 

 

Bureau de l’auteur

  • ✇Intelligence Artificielle – Framablog
  • Techno parade
    La prétendue « neutralité technologique » est un écran de fumée politique au service d’un discours néolibéral. Face à cela, il ne s’agit pas de rejeter la technologie en bloc, mais de l’aborder selon plusieurs perspectives qu’il faut sans cesse renouveler. Si la technique reconfigure toujours nos rapports sociaux, la bonne approche qui s’impose consiste à résister aux systèmes de pouvoir et de continuer à débattre. L’arrivée des IA génératives dans le grand public permet d’observer la manière

Techno parade

La prétendue « neutralité technologique » est un écran de fumée politique au service d’un discours néolibéral. Face à cela, il ne s’agit pas de rejeter la technologie en bloc, mais de l’aborder selon plusieurs perspectives qu’il faut sans cesse renouveler. Si la technique reconfigure toujours nos rapports sociaux, la bonne approche qui s’impose consiste à résister aux systèmes de pouvoir et de continuer à débattre.


L’arrivée des IA génératives dans le grand public permet d’observer la manière dont s’enchaînent les discours sur les techniques dans la société. Ils s’enchaînent, dis-je, car ils ne naissent pas. Ils se répètent. Et pourtant depuis Marc Bloch et Lucien Febvre, les universitaires ont fait du chemin pour dresser les méthodes et concepts de l’histoire des techniques. À leur tour, l’anthropologie et la sociologie ont spécialisé des branches disciplinaires sur les techniques. Et je pense que depuis les années 1970 il n’y a pas eu un instant où le rapport entre technique et société n’a pas été interrogé. Cela tient sans doute au fait qu’avec les Trente Glorieuses et l’informatisation de la société, les occasions d’identifier de multiples objets d’étude n’ont cessé de se multiplier. Et malgré tout cela, rien n’y semble faire. Une émission de radio (service public) sur l’arrivée des IA génératives (IAg) dans nos usages quotidiens ? elle se terminera invariablement sur le poncif relativiste du « c’est ni bon ni mauvais, tout dépend de comment on s’en sert ».

Je me suis toujours demandé d’où pouvait bien provenir cet indécrottable relativisme qui brouille nos rapports sociaux. Peut-être faut-il en chercher la cause dans le fait qu’on on apprend très tôt que faire usage d’un argument, c’est déjà presque commettre un abus. Dans nos démocraties libérales où, souvent, les égaux sont seulement supposés, parler haut et clair revient à menacer l’autre de le faire apparaître confus — donc à l’opprimer. À moins d’être couvert par le statut d’autorité institutionnelle, ou d’exercer la raison du genre dominant, et donc effectivement exercer un pouvoir, mieux vaut donc se taire ou douter, et retourner bosser. Résultat : une société intellectuellement désarmée, éduquée à la déférence molle au service des « gagnants ».

Alors parlons fort, à défaut parfois d’être clair : ce relativisme est le terreau idéal pour une absorption efficace des discours politiques qui instrumentalisent les idées vaseuses de progrès et de neutralité des techniques. De là vient le pouvoir non des techniques elles-mêmes mais de ceux qui les instrumentalisent. Le débat sur la neutralité des techniques vise deux objectifs : d’une part soutenir la vision instrumentale des groupes d’intérêts économiques, en vue de nous faire croire qu’il faut s’adapter à leur monde, et d’autre part un détournement du cadre de nos libertés qui limite les techniques à leur contrôle hiérarchique. Un autre objectif dont nous ne parlerons qu’à la marge dans ce billet est celui des groupes complotistes : ils concernent des pratiques de déstabilisation politique en vue d’intérêts économiques, mais les étudier revient à partir sur d’autres considérations que celles développées ici.

Ce billet est expérimental. Je vais tâcher d’aligner quelques arguments à partir d’une analyse du relativisme technologique et de son instrumentalisation politique. Je déconstruirai ensuite le mythe de la neutralité de la technique en explorant différentes perspectives entre Marx et Langdon Winner, en envisageant plusieurs postures. Enfin, je tâcherai de trouver une porte de sortie vers une décentralisation des techniques.

Le symptôme idéologique

Il faut l’affirmer ici avec, peut-être, une certaine condescendance envers ceux qui se torturent les méninges à ce sujet : la technique n’est pas neutre, et nous le savons depuis très longtemps que ce soit d’un point de vue purement intuitif ou d’un point de vue épistémologique ou philosophique. Il faut être sérieux sur ce point. La question formulée « La technique est-elle neutre ? » est un artifice dissertatif visant à poser un cadre conceptuel sur le rapport entre technique et société. Et c’est d’ailleurs ce que nous allons faire ici.

Si je précise cela, c’est parce que les discours politiques sur la neutralité technologique sont souvent caricaturés : on les réduit à des prises de position légères, comme s’ils ignoraient ou négligeaient les responsabilités liées aux impacts sociaux des techniques. Nous avons nous mêmes pratiqué cet artifice sur le Framablog, par souci de concision (et aussi à cause d’un esprit quelque peu revanchard, mais justifié) lorsque nous avons parlé des mots de la ministre de l’Éducation Najat Vallaud-Belkacem à l’époque de la signature d’un partenariat avec Microsoft. Mais caricaturer amène parfois à ignorer naïvement combien la posture en question est en réalité retorse et malsaine. Les responsabilités ne sont ni négligées ni ignorées, elles sont évacuées par la trame néolibérale à laquelle adhèrent les acteurs politiques. C’est d’autant plus grave.

Il s’agit bien ici de technologie et non de technique. La technique, c’est le savoir-faire, le métier, l’outil, le dispositif. La technologie est un mot plus récent, il décrit l’ensemble du système qui va des connaissances à la mise en œuvre technicienne. Pour faire vite, le clavier est un objet technique, la frappe est une technique, là où il y a une foule de technologies qui font qu’Internet existe. Dans le monde de la décision publique, ce qu’on appelle les politiques technologiques sont les décisions stratégiques (négociations, lois, contrats et accords) qui sont censées donner les orientations technologiques d’un pays.

Dans ce contexte, la plupart des discours politiques, et même des lois promulguées par les élus, postulent une « neutralité technologique » des institutions, des fonctions représentatives, ou plus généralement des organes de l’État. Pour donner un exemple récent, on peut citer l’examen au Sénat Français de la proposition de loi Programmation et simplification dans le secteur économique de l’énergie, dans la séance du 8 juillet 2025. Un amendement (num. 19 rectifié bis) portait sur l’ajout de la mention « neutralité technologique » en complément à la question de la maîtrise des coût. Le rapporteur arguait sur le fond que « la neutralité technologique est un bon principe en matière de politique énergétique, dans la mesure où il permet de ne pas opposer les différentes énergies décarbonées entre elles – il ne faut surtout pas le faire ! –, qu’elles soient d’origine nucléaire ou renouvelables ». L’amendement fut adopté.

Ce principe de « neutralité technologique » se retrouve à de multiples échelons des politiques internationales. Ainsi, les politiques européennes prônent depuis longtemps ce principe au risque parfois de quelques pirouettes rhétoriques. Par exemple au lieu de persister à affirmer que l’objectif consiste à ne plus vendre de voitures thermiques en 2035, la Commission Européenne invoque le principe de neutralité technologique : l’objectif est que les voitures n’émettent plus de CO2, mais comme la Commission est « neutre technologiquement », elle n’imposerait rien d’autre et encore moins les voitures électriques, or il se trouve que les voitures thermiques émettent du CO2…

Qu’il s’agisse de la Commission Européenne ou de ce débat au Sénat Français, ils révèlent tous deux la manière dont le pouvoir de l’État est pensé, c’est-à-dire une tartufferie néolibérale qui impose d’un côté un contrôle effectif à l’encontre de tout favoritisme pour une technologie dont seules certaines entreprises pourraient se prévaloir d’un monopole ou d’une hégémonie, et d’un autre côté une logique de diminution de l’autorité publique sur les équilibres en jeu entre technologie, société et environnement. C’est à la société de se réguler toute seule, « yaka proposer » (pour reprendre les termes de Najat Vallaud-Belkacem). C’est évidemment faire fi de toutes les questions liées à la propriété des techniques (la propriété intellectuelle, entre autre), aux pouvoirs financiers qui fixent les prix et imposent à la société des modèles la plupart du temps insupportables (pour les humains comme la planète en général).

Au sommet de cette tartufferie, on retrouve notre cher président E. Macron affirmant en novembre 2024 :

« Et moi, je me fiche de savoir que l’électron qui m’aide à faire l’électrolyse pour produire de l’hydrogène vert soit un électron qui est fait à base d’éoliens offshore au Danemark, de solaire en Espagne ou de nucléaire en France. Ce que je veux, c’est que ce soit de l’hydrogène européenne compétitive décarbonée. »

Pourvu que ce soit compétitif et que cela satisfasse les accords Européens, la messe est dite. Et pour les conséquences, on repassera.

Terminal de contrôle de la centrale électrique du Fort de Mutzig (1893)

Terminal de contrôle de la centrale électrique de la forteresse Kaiser Wilhelm II (Fort de Mutzig, 1893), produite par l’entreprise Siemens-Schuckert. Ce fort rassemble une foule d’innovations de la fin du XIXe siècle mises au service de la logique de guerre (électricité, télécommunications, armement…). Photographie : Thomas Bresson , CC-By 3.0 (Wikimédia), 2010.

L’injonction néolibérale

C’est pas sans arrière-pensée que j’aborde le sujet de la neutralité technologique par le prisme des postures politiques. Habituellement, on s’interroge sur la manière dont le politique s’empare de la question après avoir analysé le cadre. Or, comme je l’ai dit, nous avons déjà la réponse : la technique n’est pas neutre, on le sait depuis Platon (cf. Le Gorgias). Ce qui est étonnant en revanche, c’est de voir comment le principe de neutralité technologique est en fait un instrument de régulation (ou de non-régulation, justement). C’est ce qui fait par exemple que la souveraineté numérique d’un pays Européen est un objectif géostratégique rendu impossible à cause de l’entrisme permanent des géants multinationaux comme Microsoft qui, au nom de cette neutralité technologique des institutions, ont réussi à imposer leurs systèmes techniques au détriment de solutions alternatives qui ne sont justement pas choisies par la décision publique, toujours au nom de cette neutralité.

C’est là que se fait la jonction. La neutralité technologique des institutions est elle-même un instrument (un sophisme dirait Socrate à Gorgias) car elle trouve sa justification sur deux plans. Le premier : laisser le marché déterminer les coûts tout en garantissant les équilibres concurrentiels sans que les enjeux sociétaux (les externalités négatives) viennent susciter un contrôle intempestif (i.e. : vous pouvez chopper des cancers, les exportations agricoles sont plus importantes que votre santé). Le second : si c’est à la société de s’auto-équilibrer en composant avec l’état du marché qui est lui-même une émanation de la société (vision simpliste du monde entrepreneurial), c’est à elle de proposer des alternatives technologiques et par conséquent toutes les techniques sont en soi neutres puisque c’est la manière dont elles sont employées qui a des conséquences, pas la manière dont elles se répartissent sur le marché.

Pour les institutions dans un monde capitaliste, il importe donc, devant toutes les innovations, de s’interroger sur leurs rentabilités et leur viabilité sur le marché avant que de s’interroger sur les valeurs que leur accorde la société. Si on voit bien que le néolibéralisme n’y accorde aucune importance, c’est justement parce que pour une telle politique, la neutralité de la technique n’est pas un sujet. Le sujet, c’est la libéralisation du marché. On considérera donc qu’une bonne politique sociale, obligée de naviguer dans ce même cadre néolibéral, aura tout intérêt à se soucier de ces valeurs, de la manière dont les technologies sont reçues et incorporées dans la société, afin que les institutions puissent apporter des réponses, des recours (i.e. soigner les cancéreux atteints par la pollution agricole, par exemple). Or, dans la mesure où, comme nous l’avons vu, une politique technologique ne peut ni ne doit favoriser qui que ce soit (par exemple favoriser des entreprises de logiciels libres ou open source au détriment de Microsoft au nom de la concurrence), elle ne peut pas émettre d’avis en faveur d’une technologie ou d’une autre, sauf si cela entre dans une stratégie économique donnée (une orientation générale industrielle, par exemple). Et si une bonne politique sociale ne peut pas changer les institutions du néolibéralisme, elle ne peut que se réfugier derrière la neutralité de la technique et émettre une bonne vieille réponse de normand : c’est à la société de voir comment réceptionner les techniques, pas au politique d’imposer un cadre qui relèverait de la société et non du marché.

Et c’est pourquoi on retrouve un Mitterrand expliquant tranquillement en novembre 1981 que la technique est neutre, que les innovations techniques s’imposent à nous et que c’est une question de maîtrise et de volonté que de faire en sorte qu’on puisse s’en arranger : en somme, il faut s’adapter (maîtriser les techniques, les introduire intelligemment…) :

« (… L)’informatique, parmi d’autres innovations majeures, aujourd’hui, est, me semble-t-il, capable de démultiplier considérablement les moyens de créer et de travailler de chacun. Cela certes, si elle était mal maîtrisée, si elle ne s’inscrivait pas dans un projet d’ensemble, l’informatique pourrait n’être, comme tant d’autres sciences et techniques, qu’une agression supplémentaire des individus, la source d’une aggravation de l’insécurité et du chômage, des inégalités, des oppressions. Elle pourrait conduire à une solitude croissante de l’homme, abandonné à un face à face tragique avec des objets de plus en plus sophistiqués, de plus en plus capables de raisonner et de communiquer entre eux.
Mais, au contraire, si elle est introduite intelligemment, dans le contexte d’un projet global de société, elle pourra transformer la nature du travail, créer des emplois, favoriser la décentralisation, la démocratisation des institutions, donner au commerce, au travail de bureau, à la poste, à la banque, aux entreprises petites et moyennes, des outils efficaces pour se développer. Enfin, et peut-être et surtout, elle apportera à la santé des hommes, à leur formation, à leur culture des moyens sans comparaison avec ceux dont ils disposent maintenant pour s’exprimer, leur permettant de multiplier, à un échelon considérable, leurs moyens d’apprendre, de créer et de communiquer. »

C’est ce genre de réflexion qui eut des conséquences tout à fait concrètes dans la société française. Par exemple : le plan Informatique Pour Tous lancé en 1985. Avant de devenir l’échec que l’on connaît, il eu un intérêt certain pour les élèves (dont moi) qui en ont bénéficié et qui ont pu se frotter à l’informatique et à la programmation très tôt. Mais, au fond, ce Plan ne disait pas autre chose que c’est à chacun de s’adapter à l’informatisation de la société, une « Révolution » qui n’est autre que la révolution des entreprises qui se lançaient toutes dans la grande aventure de l’optimisation de la production grâce à l’économie des données informatiques (c’est ce que j’ai montré dans mon bouquin). Message reçu par les enfants : l’informatique change le monde, si vous ne vous y mettez pas, c’est le chômage qui vous guette. Injonction néolibérale par excellence.

Le néolibéralisme a mit un demi-siècle pour imposer au monde ses principes. Alors que le libéralisme pensait à un « homme économique », le néolibéralisme pense l’homme en situation de concurrence permanente, c’est un humain « entrepreneur de lui-même », un mélange de volontarisme individuel et d’abdication des valeurs collectives et de commun. M. Foucault l’analysait ainsi dès 1979 : « Il s’agit de démultiplier le modèle économique, le modèle offre et demande, le modèle investissement-coût-profit, pour en faire un modèle des rapports sociaux, un modèle de l’existence même, une forme de rapport de l’individu à lui-même, au temps, à son entourage, à l’avenir, au groupe, à la famille. » (Foucault 2004, p. 247)

Dans nos subjectivités à tout instant l’injonction néolibérale résonne. C’est l’objet du livre de Barbara Stiegler (Stiegler 2019) qui résume la conception de Walter Lippmann, selon laquelle l’homme est incapable de s’adapter par nature à un état du monde qui s’impose et ne négocie pas (l’état économique industriel et productiviste du monde) et que c’est à l’État d’impulser la transformation de l’humain par l’éducation ou l’hygiénisme. Il en résulte cette injonction permanente, soit par des techniques comme le nudge et le jeu de l’influence-surveillance des individus, soit par l’autorité parfois brutale qui nous soumet aux dogmes néolibéraux.

Pour le discours politique de la « neutralité technologique », les innovations sont inéluctables, peu importe qui les produit et pourquoi. Que les plateformes aient créé un capitalisme de surveillance qui produit de la haute rentabilité sur la marchandisation de nos intimités numériques est un sujet qui n’est finalement pas interrogé par la décision publique sauf sur un mode réactif après moult plaidoyers et recours juridiques. Il faut s’y faire, c’est tout, parce que c’est ainsi que fonctionne l’économie numérique. On ira faire des courbettes à Zuckerberg et Musk pour leur demander de bien vouloir respecter le RGPD et verser quelques miettes pour toute indemnité.

C’est ce qui défini le « progrès technologique » : dans le cadre néolibéral, l’émergence des innovations et leur rôle dans la sphère économique sont conçus par le politique, de droite comme de gauche, comme une logique de marché à laquelle la société doit s’adapter. En matière d’économie numérique, par exemple, on sort de l’équation toute idée d’autogouvernance (pour ne pas dire autogestion) des outils numériques, ainsi que toute possibilité de réflexion collective qui irait à l’encontre des logiques de marché au profit des valeurs de justice ou de bien-être portées dans la société.

Dans un livre co-écrit par l’ex-syndicaliste (viré bien à droite dans ses vieux jours) Jacques Juillard et le philosophe Jean-Claude Michéa, les deux auteurs s’échangent des lettres (Michéa, Julliard 2018). Pour le premier, « Le progrès technique est axiologiquement neutre, (…) et le mauvais usage qui en a été fait par le capitalisme sous sa forme sauvage et prédatrice ne le condamne pas ». Dans sa lettre-réponse, le second lui rétorque, à raison, de prendre en compte niveau de complexité d’un système technique et d’interroger l’« usage émancipateur et humainement positif » des innovations. J.-C. Michéa souligne : « Or à partir du moment où l’accumulation du capital (…) ne repose pas sur la production de valeurs d’usage mais uniquement sur celle de valeurs d’échange (…), il est inévitable que le système libéral en vienne peu à peu à soumettre le pouvoir d’inventer lui-même au seuls impératifs de la rentabilité à tout prix. »

Se demander si les techniques sont émancipatrices et en faire un principe d’action et de décision, c’est éclater le carcan néolibéral dans lequel le politique s’est fourvoyé depuis tant d’années.

Un contrôle autoritaire

Mais il y a d’autres choix. Avant d’engager plus loin la réflexion, arrêtons-nous un instant sur les libertariens comme Peter Thiel (on se pincera le nez). Si nous nous interrogeons sur les « usages émancipateurs » des techniques, c’est que la conjoncture actuelle n’y est pas favorable. Une autre solution pourrait donc, comme le fait P. Thiel, consister à comparer les périodes et regretter que le rythme des innovations et de leur imprégnations dans la société soit fortement ralenti ces dernières années (Thiel 2025).

Une analyse économique pourrait nous montrer qu’il en va ainsi des cycles des innovations. Par exemple l’informatisation de la société a atteint un point d’inflexion, un ralentissement de croissance, une phase asymptotique où, bien que des nouveautés apparaissent, leur diffusion ne joue pas un grand rôle dans l’économie globale. Par exemple l’arrivée des IA génératives fait certes beaucoup parler, mais les équilibres économiques ne changent guère si ce n’est du point de vue des valeurs spéculatives (les « gros » restent les mêmes) créant une bulle technologique en manque de rentabilité. En pratique, si de nouveaux usages apparaissent, on est encore loin du bouleversement structurel de l’informatique d’entreprise des années 1970 ou de l’arrivée d’Internet dans les foyers. N’ayant pas de boule de cristal, je suppose qu’il est possible qu’un renversement se produise, néanmoins, pour l’instant, rien de semblable et on se préoccupe plutôt d’une économie de guerre, ce qui n’est pas plus réjouissant.

Or, P. Thiel propose un autre point de vue. Selon lui, si les techniques nous opposent des risques existentiels, comme la bombe atomique, nous avons tout fait pour ralentir leurs rythmes d’innovation, de création, et de changements sociaux. La raison plus profonde, c’est que les gouvernements au pouvoir on laissé (selon le cadre néolibéral) se développer des contraintes qui, aux yeux de P. Thiel, sont bien trop importantes pour que le « progrès » technique puisse se développer correctement et « augmenter » l’humanité. Les structures institutionnelles ont satisfait les revendications sociales et la politique fait bien trop appel à l’expertise scientifique, réputée contradictoire et laissant trop de place au doute. Telles seraient les causes de ce ralentissement. Il faudrait donc sortir de ce cadre, et effectuer des choix stratégiques qui accélèrent les techniques « bénéfiques » et contrôlent celles que l’on jugerait dangereuses. Reprenant les idées du philosophe transhumaniste Nick Bostrom, P. Thiel affirme que la solution pourrait consister en…

« un gouvernement mondial efficace, avec une police extrêmement efficace, pour empêcher le développement de technologies dangereuses et forcer les gens à ne pas avoir des opinions trop diverses — car c’est cette diversité qui pousserait certains scientifiques à pousser des technologies qu’ils ne devraient pas développer. »

En somme une dictature bienveillante en faveur du transhumanisme, qui ne prendrait pas en compte l’axiologie, trop complexe pour définir une unique ligne conductrice autoritaire. En d’autres termes, débarrassons-nous de la morale et de l’éthique qui ne font que nous embrouiller. Quant à savoir qui seront les dépositaires de l’autorité : ceux qui produisent ces techniques, bien entendu, et qui prennent l’engagement que l’humanité ne tombera pas dans la catastrophe qui nous attend si nous continuons à développer les techniques de manière erratique (Slobodian 2025 ; Prévost 2024).

On voit ici que ce monde sans démocratie que voudrait nous imposer ce type de libertarien remet assez radicalement en cause la prétendue « neutralité technologique » des institutions. Il affirme d’autant moins que la technique serait neutre. C’est au contraire une position assumée que de dire que, la technique n’étant pas neutre, il nous faut une structure de gouvernement capable de la contrôler tout en contrôlant les intérêts des novateurs. Nous reviendrons plus loin sur la question du contrôle car elle implique assez directement celle des conditions de nos libertés. Toujours est-il que cet exemple de P. Thiel montre que le plus important est de définir le cadre épistémique et axiologique dans lequel on se place pour parler de la prétendue neutralité des techniques et que, justement, c’est parce que nous remettons sans cesse en jeu cette problématique que nous faisons évoluer le rapport entre technique et société. C’est là tout l’intérêt de s’interroger sur cette neutralité (depuis Platon).

Humains et machines

Extrait du film d’animation Wall-E réalisé par Andrew Stanton (Disney/Pixar), 2008.

On ressort le vieux Marx

Le premier réflexe que nous pourrions avoir face à ce qui précède, consisterait à établir une opposition stricte entre les structures de domination du capitalisme, les possédants de l’outil de production, et les autres, travailleurs, utilisateurs. Les dispositifs techniques seraient des instruments d’aliénation et non d’émancipation. De là émerge une conception économique de la situation qui voit dans le développement des technologies un horizon de libération de la condition humaine à condition de se libérer de la domination capitaliste. C’est une vision du rapport social à la technique qui s’oriente vers une certaine idée de la neutralité de la technique en tant que simple instrument : dans les mains des capitalistes (ou des libertariens aujourd’hui) la technique est un instrument de domination.

Dans ce cas, le pivot est Marx et l’épouvantail serait le luddisme. En effet, une lecture un peu rapide de Marx ferait de notre ami à barbe grise l’un des tenants de la neutralité de la technique. Que nous dit-il, après avoir raconté quelques épisodes où, dans l’Angleterre des XVIIe et XVIIIe siècles, des ouvriers privés d’emploi à cause des innovations qui automatisaient une grande partie de leurs tâches finirent par y mettre le feu ?

« Il faut du temps et de l’expérience avant que l’ouvrier apprenne à distinguer la machinerie de son utilisation capitaliste, et donc à transférer ses attaques du moyen matériel de production lui-même, à la forme sociale d’exploita­tion de celui-ci. » – (Marx 1993, p. 481)

Partant d’un certain bon sens, ce n’est évidemment pas par un acte de destruction sans revendication claire qu’on gagne une cause… Rien ne nous dit non plus que ces ouvriers des siècles passés n’avaient pas de revendication autre que celle de retrouver leur emploi. Mais c’est aussi la thèse de Marx que de montrer que ces révoltes sont un préalable à un mouvement ouvrier de prise de conscience de sa propre classe (et pour certains historiens aussi, c’est un peu ce que montre E. P. Thompson, dans La formation de la classe ouvrière anglaise). Cependant, à partir de cette citation, on conclu généralement que selon Marx, les machines et plus généralement les techniques de production sont neutres, elles ne seraient que des instruments qui, dans certaines mains seraient des instruments de domination, dans d’autres, seraient des instruments de libération de classe.

En réalité, Marx adopte une approche articulée autour de deux aspects. Le premier consiste en une analyse des rapports sociaux, qu’il considère comme fondamentalement différents selon qu’il s’agit de l’usage d’un simple instrument ou de celui d’une machine, un dispositif technique élémentaire ou une technologie plus complexe : « Dans la manufacture et le métier, l’ouvrier se sert de son outil ; dans la fabrique il sert la machine » (Marx 1993, p. 474). C’est-à-dire que la machine non seulement inverse le rapport de l’ouvrier à l’outil de production (il sert la machine), mais en plus elle modifie la structure même du modèle économique de la production (l’atelier devient la fabrique). Sur un second aspect, Marx nous dit aussi : « Les rapports sociaux sont intimement liés aux forces productives. En acquérant de nouvelles forces productives, les hommes changent leur mode de production, et en changeant le mode de production, la manière de gagner leur vie, ils changent tous leurs rapports sociaux. Le moulin à bras vous donnera la société avec le suzerain ; le moulin à vapeur, la société avec le capitaliste industriel » (Marx 2019, chap. 2). Il y aurait donc un certain déterminisme technique qui influe sur les conditions historiques d’émergence du capitalisme et avec lui toute une culture technique. Si les conditions sociales changent avec le capitalisme, c’est parce que celui-ci procède d’un auto-engendrement : il modifie et « révolutionne » les structures (et le progrès technique est un facteur déterminant) pour pouvoir s’installer. L’innovation technique qui a lieu « dans » le capitalisme est capitaliste, elle est là pour satisfaire ses exigences de productivité et de rentabilité. Pire encore, pour Marx, le développement technologique du capital a pour conséquence (et réciproquement) que le gain de productivité doit s’accomplir dans une dynamique toujours plus rapide (par exemple éviter que le stockage ne soit un manque à gagner sur la vente des produits) ce qui impose une exigence de rentabilité où l’ouvrier est englouti par la machinerie et le capital devient son propre « sujet automate » (Marx 2011, pp. 652-653).

Comme je l’ai dit plus haut, nous savons que la technique n’est pas neutre, et il n’y a aucune raison pour que Marx puisse défendre un autre point de vue sur cette question précise. En revanche, Marx est aussi l’héritier d’une conception civilisationnelle du progrès technique, héritée des Lumières, même s’il s’en montre critique. Il reconnaît ainsi au capital une force destructive qui cesse d’être productive uniquement « lorsque le développement de ces forces productives elles-mêmes rencontre un obstacle, dans le capital lui-même » (Marx 2011, p. 286). Et c’est bien là le reproche qu’on pourrait lui faire, à savoir que la critique de la technique ne s’élabore qu’au regard du développement du capitalisme et dans l’attente d’une révolution prolétariennne, une attente d’où les luddites ne sont jamais sortis. En ce sens (et uniquement : n’allez pas me faire dire ce que je ne dis pas) la conception de Marx et celle de P. Thiel aujourd’hui se rejoignent sur un point : les tergiversations de la société quant à son aliénation par la technique ont tendance à péricliter. Pour l’un la sortie est une révolution de la base, pour l’autre c’est une révolution par le haut, dans les deux cas, un accaparement des techniques-moyen de production, soit par les prolétaires en créant un État autoritaire de transition (et on aura assez reproché, à raison, cette conception marxiste), soit par les bourgeois en créant un État autoritaire… pour toujours. L’enjeu est toujours le même : le contrôle du système technicien.

Capture d'écran de la vidéo YouTube de l'INA sur Pierre Dac

Intervention lors du dernier séminaire d’expression scientifique d’avant-garde : le Biglotron. Par Pierre Dac, 1965. Archives INA

Technique moderne et déterminisme

Il faut donc changer de braquet. Le problème est le mode formel du capitalisme duquel il faut sortir en opposant une axiologie et un principe de vie. L’analyse économique seule ne peut pas nous aider davantage.

Si on pense la technique en termes instrumentariens, et que le capitalisme est le cadre auto-reproductif de notre rapport à la technologie, alors, que nous soyons conscients ou pas de nos classes sociales, nos rapports sociaux sont déterminés par la dynamique des innovations. Sortir de ce déterminisme suppose une révolution. Cependant, bien qu’assez longtemps après Marx, il a été largement démontré que l’électronicisation de la société, c’est-à-dire l’apparition des micro-conducteurs puis l’informatisation à tous les échelons du travail et du quotidien, impose dans nos vies la logique formelle du capitalisme. Le travail s’est de plus en plus taylorisé pour devenir un ensemble de traitements séquentiels (si le métier ne s’y prête pas, on aura tout de même des indicateurs de mesure, des systèmes d’évaluation pour rendre calculable ce qui ne l’est pas) et avec la surveillance, nos vies intimes ont intégré la sphère marchande grâce à l’extractivisme des plateformes et l’exploitation des données de profilage comportemental.

Cela implique un raisonnement plus ontologique. On peut le trouver chez Martin Heidegger qui, dans les années 1950, anticipait avec assez de clairvoyance le changement technique et proposait le terme d’arraisonnement pour décrire la manière dont, par la technique, se dévoile un mode où l’être n’est plus conçu que comme quelque chose d’exploitable (Heidegger 1958). Pour lui, la technique moderne n’est plus l’art, mais un rapport paradoxal. Elle résulte d’une volonté qui soumet l’homme à son propre destin technologique. Devenu lui-même un être technique, l’homme instrumentalise et « arraisonne » le monde, le réduisant à une simple ressource, incapable de le percevoir autrement. Par la suite, les Guy Debord ou Jacques Ellul ont en réalité cherché à montrer que l’homme pouvait encore échapper à ce destin funeste en prenant conscience ici de la prégnance de l’idéologie capitaliste et là d’une autonomie de la technique (hors de l’homme). Cependant, on ne peut s’empêcher de penser que l’extraction de données à partir de la vie privée comme à partir des performance individuelles dans le travail taylorisé est bien une forme d’arraisonnement poussé à l’extrême, sur l’homme lui même, désormais objet de la technique.

Le discours du déterminisme technologique qui implique que la société doit s’adapter à la technique prend une dimension tout à fait nouvelle dans le contexte de l’informatisation de la société. À travers l’histoire de la « Révolution Informatique », ce cauchemar heideggerien est né d’un discours aliénant, où l’ordinateur devient l’artefact central, et contre lequel la simple accusation d’aliénation technologique n’est plus suffisante pour se prémunir des dangers potentiels de cette désormais profonde acculturation informatique. Les combats pour la vie privée, loin d’être technophobes, sont autant de manifestations de l’inquiétude de l’homme à ne pouvoir se réapproprier la logique technicienne.

Dans ce contexte, voilà qu’arrive une autre idée encore de la neutralité de la technique : la technique ne serait que l’application de nos connaissances scientifiques. Elle n’aurait aucune sociologie propre (des gens comme Bruno Latour auraient travaillé pour rien). Cela implique des visions simplistes de « la » science et de « la » technique : la science nous dit le réel, la technique est l’application de la science, donc la technique est une nécessité par laquelle nous agissons sur le monde et le comprenons. Et comme la science ne serait que l’explication des chaînes de causalité du réel, alors la technique nous détermine comme une partie des chaînes causales (notre action sur le monde) : nous n’avons pas le choix, nous devons changer le monde ou nous y adapter ou nous mourrons (il faut bien nourrir nos datacenter avec de l’eau, tout est une question de choix). Si on s’en tient à ce formalisme, on rejoint ce que disait Detlef Hartmann (Hartmann 1981) à propos du capitalisme : le capitalisme nous rêve sur un mode formel (si… alors… et/ou). Pour reprendre les parenthèses de la phrase précédente, cela veut dire que nous devons croire en la technique : si nous avons besoin des datacenter pour vivre dans un monde numérisé qui nous apporte tout le confort nécessaire ( !), alors nous avons besoin de beaucoup d’eau pour refroidir nos data center, quitte à pomper dans les nappes et priver les terres agricoles… mais pas d’inquiétude, tout se fera toujours à l’équilibre car nous savons ce que nous faisons, nous maîtrisons les techniques. On pourrait construire la même logique pour tout, l’essentiel serait de s’en remettre à ceux qui maîtrisent les techniques : ce n’est ni un choix politique ni un choix moral, c’est neutre, et nous y sommes poussés par la nécessité technique.

Si on ne pense qu’avec des machines et dans la mesure où tout ce qu’on donne à une machine et tout ce qu’on attend d’elle est une somme d’informations computables, le résultat sera uniquement un résultat quantitatif. D’un autre côté, ce qui est incomputable n’est pas pour autant non-déterminé. Pour s’en sortir, la théorie algorithmique de l’information (voir notamment les travaux de Kolmogorov) montre que la complexité d’un objet dépend de la taille de l’algorithme qui rend possible cet objet. Par exemple la sélection naturelle ne suppose pas une nécessité absolue de chaque forme (un déterminisme causal absolu), mais un jeu de contraintes. Ce jeu de contrainte peut être décrit de manière algorithmique mais cette description serait d’une longueur telle qu’elle relève d’un niveau de complexité inatteignable. Mais cela ne signifie pas qu’il ne sera jamais atteignable (ça, c’est pour les positivistes optimistes). Il y aurait donc du déterminisme partout, tout le temps ? Dans le déterminisme classique, l’action est expliquée comme l’effet d’une chaîne causale mécanique. L’homme agit parce qu’il y est poussé par des causes antérieures, comme une bille roule parce qu’on l’a poussée. Il y a cependant une autre manière de voir les choses : le déterminisme n’est pas une limitation de notre liberté ou de notre créativité, mais un ordre immanent au réel. Les sciences cherchent à découvrir ce déterminisme, ses causalités, mais on sait, contrairement à ce que soutenait Spinoza, que tout n’est pas déterminé (que dit la théorie quantique sur l’imprédictibilité ?). Pour autant, la spontanéité dans le processus créatif n’est pas une négation du déterminisme, mais un phénomène émergent dans un système trop complexe pour être calculé (à l’échelle macroscopique, quelles longueurs d’algorithmes faut-il pour décrire le monde ? l’arrivée des nouvelles IA aujourd’hui pourrait nous surprendre)1.

Une posture démiurgique considérerait que la liberté humaine influence le réel et son déterminisme immanent. C’est la posture de Peter Thiel : les sciences se contredisent trop et distillent trop de doutes, il nous faut une science uniforme dont la technique serait l’application pure, et cette conception performative de la connaissance (au besoin sous la coupe d’un pouvoir autoritaire) permettrait de redynamiser la croissance technicienne. Sauf qu’il y a des lois causales immanentes au réel, sur lesquelles la liberté humaine ne peut rien : les sciences explorent le réel mais ne l’engendrent pas. Cette impuissance est souvent vue comme une contrainte à laquelle nous devrions nous adapter (néolibéralisme) ou contre laquelle nous devrions lutter (libertariannisme néo-fascisant).

En fait, il y a au moins deux niveaux de nécessité : celle du réel et celle des valeurs. La nécessité axiologique selon laquelle nous exerçons notre liberté est celle qui répond, par exemple, aux exigences de justice. C’est une nécessité parce que ce n’est pas un monde d’où les causes sont absentes, au contraire, il s’agit d’un ensemble de causes que nous classons et arrangeons en fonction de leurs valeurs. Il n’y a pas d’un côté un déterminisme mécanique et de l’autre la contingence de nos sociétés, mais il y a le plan des valeurs. Et ce plan n’échappe pas pour autant à la connaissance scientifique (voir par exemple la longue introduction épistémologique de Bernard Lahire dans Les structures fondamentales des sociétés humaines). Nous n’agissons donc pas malgré le réel ou contre lui, mais dans un monde emprunt de causalités et à un autre niveau de nécessité. Soulignons en passant qu’une autre tendance radicale consiste à faire passer l’axiologique au rang de principe premier qui transcende toutes les causalités, je veux parler de la plaie de la religion qui amène invariablement à une lutte de pouvoir sur le contrôle des techniques et à empêcher tout rapport rationnel entre éthique et technique2. Je ne m’étendrai pas davantage sur le sujet, ce texte est déjà assez long.

Une approche non-réactionnaire

Dans d’autres textes, j’ai eu l’occasion de me rapporter à la pensée de Detlef Hartmann. Selon lui, dans le monde capitaliste, la technologie exerce une violence. Elle échoue à transformer en logique formelle ce qui échappe par essence au contrôle formel (l’intuition, le savoir-être, le pressentiment, etc.). Dès lors, d’après D. Hartmannn, l’application d’une logique formelle aux comportements est toujours une violence car elle vise à restreindre la liberté d’action, mais aussi l’imagination, la prise de conscience que d’autres possibilités sont envisageables. Pour moi, cette approche a au moins un avantage, celui de mettre fin à l’idée d’une « force » ou d’une « intelligence » technique qui produirait une conscience de classe qui se retournerait contre le capital. C’était la thèse de Rudolf Bahro qui cherchait une alternative concrète au communisme dont il critiquait l’appareillage (technique lui aussi) d’État écrasant. Il s’agissait de croire que l’intelligence technologique (le progrès, les sciences, l’éducation) pouvait permettre de se libérer des mécanismes de domination et permettre aux groupes (autogestionaires) de prendre le contrôle de tous les processus de décision. Or, l’autogestion appliquée à l’échelle d’un État, même si elle se compose de multiples autogestions locales, finit par devenir une sorte de mégamachine centralisée. En réalité, l’autogestion authentique est celle qui fédère les initiatives tout en offrant la plus grande diversité possible d’alternatives. En somme, c’est celle qui préserve et nourrit un imaginaire libre et foisonnant. C’est ce que D. Hartmannn appelle un principe vital, un principe qui échappe au contrôle formel du capital comme à tout pouvoir centralisé.

Même si D. Hartmann n’est pas un penseur anarchiste, il y a tout de même quelque chose d’intéressant là-dedans. Cependant, les anarchistes « classiques » sont bien souvent tombés dans le piège positiviste qui perçoit la technologie comme intrinsèquement positive. C’est vieux comme les écrits de Proudhon, bercés par le positivisme de Comte bien qu’il s’en montrait extrêmement critique du point de vue de sa sociologie dont il disait qu’elle ne faisait que substituer la sociabilité à l’individualisme et faisait disparaître le droit. Chez Proudhon, avec la critique de la division technique du travail, qui serait le reflet de la division sociale, il y a aussi l’opposition entre l’état de nature et l’état social, où l’homme est par la technique en perpétuelle recherche d’augmentation de sa puissance d’agir. Si Proudhon se montre critique vis-à-vis de la technique, c’est pourtant par l’apprentissage polytechnique que passe l’émancipation du travailleur. La pensée de Proudhon ne permet pas (pas encore) de penser le système technicien dans ce qu’il pourrait avoir d’aliénant en dehors de la productivité.

Cherchons encore. Un penseur comme Murray Bookchin a très tôt dans ses écrits considéré la technique comme un instrument de domination : c’est dans la mesure où la technique est assimilée à un instrument de production qu’elle est instrument de domination. Il ne peut alors y avoir de porte de sortie qu’à partir du moment où l’on prend en compte que cette domination représente en fait les deux faces d’une même pièce : l’extractivisme capitaliste sur l’homme et l’instrument qui déséquilibre et la société et la nature.

Il ne faut pas dénoncer à la légère l’attitude schizoïde du public à l’égard de la technologie, attitude qui associe la terreur et l’espoir. Elle exprime en effet instinctivement une vérité fondamentale : cette même technologie, qui pourrait libérer l’être humain dans une société organisée en vue de satisfaire ses besoins, ne peut que le détruire dans une société visant uniquement « la production pour la production ». Il est bien certain que l’ambivalence manichéenne imputée à la technologie n’est pas un trait de la technologie comme telle. La capacité de créer et celle de détruire que recèle la technologie moderne ne sont que les deux faces de la dialectique sociale, le reflet de la positivité et de la négativité de la société hiérarchique. S’il y a quelque vérité à soutenir, comme Marx, que la société hiérarchique fut « historiquement nécessaire » afin de « dominer » la nature, on ne doit pas oublier pour autant que cette notion de « domination de la nature » est elle-même issue de la domination de l’humain par l’humain. L’être humain et la nature ont toujours été associés en tant que victimes de la société hiérarchique. Que l’un comme l’autre soient aujourd’hui menacés d’un cataclysme écologique est la preuve que les instruments de production ont fini par devenir trop puissants pour servir d’instruments de domination. – (Bookchin 2016, p. 32)

Ce qui est important pour M. Bookchin, c’est le mode d’organisation sociale qui contrôle les moyens de production et plus largement la technique. L’émancipation s’appuie donc sur la technique. Pour autant, n’est-ce pas un point de vue trop idéaliste qui revient à promouvoir une croyance dans une « bonne » intelligence technique ? Car après tout, le problème est là : si nous rejetons la thèse de la neutralité de la technique, c’est parce qu’elle n’envisage à aucun moment la manière dont la technique reconfigure sans cesse les rapports entre les humains entre eux et avec leur environnement. Mais envisager une « bonne » intelligence technique contre une « mauvaise » revient à se précipiter tout aussi bien dans une impasse.

C’est le choix des anarcho-primitivistes, du moins ceux qui se réclament d’une posture aussi radicale que John Zerzan, par exemple. La lecture civilisationnelle qu’ils ont de la technique revient à la réduire à une question de besoin et d’adéquation comportementale. Avec une certaine lecture de l’anthropologie, on peut effectivement prétendre assimiler le « progrès » technique à un productivisme aliénant et redéfinir l’abondance comme une simple adéquation à des besoins limités, plus ou moins fantasmée à partir de ce que l’on sait effectivement des sociétés de chasseurs-cueilleur d’autrefois (et l’archéologie récente a fait des découvertes qui remettent largement en cause ces conceptions certes utopistes mais faussées). S’opposer à cela ne réduit pas à savoir si on veut revenir à l’âge de pierre ou à la bougie. Ce serait réduire le débat. Il s’agit de savoir ce qui distingue le radicalisme d’une posture purement réactionnaire qui revient finalement à faire de la technique une émanation en soi négative sans en considérer les conditions d’existence mais en vouant une haine à des pseudo-représentants du monde économique ou politique. Une chasse aux sorcières dont le but est avant tout moral que réellement constructif. On retrouve aujourd’hui même des résurgences de ce type dans des globiboulgas malfaisants comme le montrait récemment le groupe Technopolice.

Le refus catégorique d’une ou plusieurs technologies représente une impasse conceptuelle et pratique, car toute technique s’inscrit dans un processus cumulatif d’innovations successives et dans un réseau de systèmes techniques dont certains point de convergence peuvent être fort éloignés les uns des autres. Prenez par exemple la physique nucléaire et la médecine et voyez-en le développement en ingénierie d’imagerie ou de génétique. L’histoire des sciences et des techniques montre que les avancées techniques ne sont jamais isolées, mais s’insèrent dans des chaînes complexes de savoirs et d’applications. Par exemple, l’intelligence artificielle regroupe un ensemble très diversifié de technologies — apprentissage automatique, réseaux neuronaux, traitement du langage naturel — qui interagissent et évoluent continuellement depuis… 50 ans. Ainsi, un rejet global de l’IA comme phénomène homogène est conceptuellement inexact et socialement problématique.

La solution n’est pas dans le rejet mais dans le questionnement. Plus haut, je faisais référence au machinisme. On peut se demander effectivement comment l’introduction de l’automatisation dans la fabrique redéfini le rapport de l’ouvrier au travail et en conclure une dépossession, une prolétarisation. Mais en augmentant la productivité, l’automatisation — par exemple la robotique — redéfini assez radicalement ce qu’est le travail en soi. Sur ce point, dans La baleine et le réacteur, Langdon Winner a proposé l’idée de « somnambulisme technologique » pour décrire comment les sociétés adoptent de vastes transformations technologiques sans en examiner les implications profondes3. L. Winner argumente que le développement technologique est un processus de construction du monde, où en modifiant les choses matérielles, nous nous changeons nous-mêmes. La question centrale n’est pas seulement « comment les choses fonctionnent », mais « quel genre de monde sommes-nous en train de créer ? » Les technologies ne sont pas de simples aides, mais de puissantes forces qui remodèlent l’activité humaine et sa signification. Elles structurent notre quotidien, créant de nouvelles « formes de vie ».

À mesure que les technologies sont développées et mises en œuvre, des changements importants dans les modes d’activité humaine et les institutions humaines sont déjà en cours. De nouveaux mondes sont en train de voir le jour. Ce phénomène n’a rien de « secondaire ». Il s’agit en fait de la réalisation la plus importante de toute nouvelle technologie. La construction d’un système technique qui implique les êtres humains comme éléments opérationnels entraîne une reconstruction des rôles et des relations sociales. Cela résulte souvent des exigences de fonctionnement du nouveau système : celui-ci ne peut tout simplement pas fonctionner si le comportement humain ne s’adapte pas à sa forme et à son processus. Ainsi, le simple fait d’utiliser les machines, les techniques et les systèmes à notre disposition génère des modèles d’activités et des attentes qui deviennent rapidement une « seconde nature ». Nous « utilisons » effectivement les téléphones, les automobiles, l’éclairage électrique et les ordinateurs au sens conventionnel du terme, c’est-à-dire en les prenant et en les reposant. Mais notre monde devient rapidement un monde dans lequel la téléphonie, l’automobilité, l’éclairage électrique et l’informatique sont des formes de vie au sens le plus fort du terme : la vie serait difficilement concevable sans eux. – (Winner 2020, chap. 1)

Un peu comme Jacques Ellul, nous devrions non plus tellement nous interroger sur les techniques elles-mêmes mais sur le système technicien. Pour J. Ellul la technique est déterminante dans les transformations sociales même si tout fait social ne se détermine pas par la technique. Mais ce qui alarmait J. Ellul, c’est que la technicisation de la société est un mouvement apparemment inéluctable, et la technologie moderne adopte une logique autonome, engendre son propre principe de perpétuation et d’accroissement au détriment de l’axiologie. C’est le somnambulisme auquel fait référence L. Winner et c’est en même temps la situation avec laquelle nous devons perpétuellement nous arranger : d’un côté les critiques à l’encontre des innovations sont souvent perçues comme des discours anti-technologiques voire anti-sociaux, d’un autre côté l’innovation s’inscrit dans un contexte politico-économique dont il ne serait que très difficile de sortir (le capitalisme, le néolibéralisme) sans une révolution. Dans les deux cas, nous ne sortirons pas de notre condition d’êtres appartenant à un système technicien.

Pour terminer cette section sur un exemple clivant actuellement : devons-nous adopter les IA génératives (IAg) dans nos pratiques quotidiennes ? On pourra toujours accuser les firmes qui produisent les services d’IAg de satisfaire le modèle oppressif du capitalisme de plateformes. La question ne devrait pas être posée en ces termes (pour ou contre l’IAg ?). La question est de savoir ce qui a fait que dans le développent du système technicien nous soyons arrivés à ces inventions, pourquoi se sont-elles si rapidement intégrées dans les pratiques et qu’est-ce que cela produit comme changements sociaux, quelles « formes de vie » ? On peut certes craindre, pour reprendre les mots de L. Winner, qu’« une fois de plus, on dit à ceux qui poussent la charrue qu’ils conduisent un char d’or ».

My Human Kit

Capture d’une illustration du site de l’association My Human Kit. « En utilisant la force combinée de la solidarité, du fait maison et de la fabrication numérique, My Human Kit démontre que la diversité et l’intelligence collective sont essentielles à une société inclusive. ». myhumankit.org

Pour une politique anarchiste des techniques

Cela ne nous dit toujours rien des principes que nous devrions adopter. Cela ne dit rien non plus sur ce qu’il faudrait sacrifier en adoptant quels principes que ce soit. Le développement technologique est un processus cumulatif qui incorpore les relations sociales dans la réalité matérielle. À chaque point d’inflexion, il faut reposer la question, sans cesse ! Je terminerai alors sur ce point : il faudra toujours tenter d’échapper aux logiques de pouvoir qui se servent des techniques pour arriver à leurs fin dans la situation de choix politique qui s’avance devant nous.

Nous vivons un instant clé où le changement climatique, l’effondrement écologique et la crise démocratique font que le capitalisme atteint une aporie. Si P. Thiel nous parle de la fin des temps (et il n’est pas le seul) c’est bien parce que ce genre de libertarien voudrait s’assurer d’être du « bon » côté des inégalités qui s’annoncent à une échelle mondiale, avec les guerres qui s’ensuivront. Pourra-t-on l’éviter ? je n’en sais rien. Mais il est toujours possible de s’interroger sur l’ordre social que nous pourrions établir dans le but, justement, de limiter les effets des erreurs passées et envisager l’avenir de manière plus sereine.

Si nous souhaitons conserver le système actuel, la manière dont nous produisons nos technologies ne peut qu’être centralisée autour de structures d’État, plus ou moins au service des groupes d’intérêts. Cette centralisation a du bon car elle permet de faire des choix politiques au nom d’une neutralité technologique du pouvoir : les technologies militaires ont besoin d’un contrôle hiérarchique, le marché de l’énergie a besoin d’être compétitif au prix des inégalités, les biotechnologies doivent pouvoir rendre l’agriculture toujours plus rentable, etc.

Si en revanche nous prenons conscience que nous ne pouvons continuer à croître indéfiniment dans un monde fini, que ce fait s’impose à nous ou que nous anticipions tant qu’il est encore possible de le faire, c’est d’une décentralisation des institutions et de la production de technologies dont nous avons besoin. Je reprends alors à mon compte la proposition d’Uri Gordon (Gordon 2009) pour une politique anarchiste de la technologie en trois points. Chacun de ces points renvoie à une posture utopiste (mais concrète) de décision collective, démocratique, car, finalement, c’est bien la clé de l’affaire :

  1. La résistance abolitionniste : s’opposer fermement à tout système technique qui renforce la centralisation du pouvoir, détruit l’environnement ou sert principalement les intérêts des États autoritaires et des grandes entreprises. Par exemple : les technologies militaires, la surveillance, l’exploitation des énergies fossiles. Ce n’est pas du primitivisme ou du luddisme, c’est « reconnaître que certaines formes d’abolitionnisme technologique sont essentielles à la politique anarchiste ». C’est un principe d’action qui cherche à identifier et contester les technologies qui, loin d’améliorer la vie collective, aggravent les inégalités et menacent les plus vulnérables en consolidant le pouvoir économique et politique d’une minorité.
  2. L’adoption désabusée : certaines technologies, comme Internet, peuvent être utilisées stratégiquement malgré leurs infrastructures bien trop centralisées (par exemple les câbles sous-marins aux enjeux géostratégiques). Du côté des utilisateurs, des alternatives existent et proposent d’une part des pratiques non capitalistes (prenons l’exemple du Fediverse), et d’autre part la création de communs en opposition frontale avec l’économie classique. De manière générale, c’est bien la création de communs dans tous les interstices où le pouvoir est faible qui permet d’utiliser des techniques de manière décentralisée. D’autres exemples existent, par exemple dans le monde agricole les semences paysannes contre les multinationales, ou encore les coopératives de réparation ou d’invention de matériels agricoles.
  3. La promotion active : il s’agit d’œuvrer en ayant conscience des limites matérielles, tout en gardant la part de subversion nécessaire à la créativité et à la réappropriation de la production. En ingénierie, il s’agit d’encourager les innovations « low-tech », la valorisation des savoirs traditionnels et de l’artisanat, le recyclage, la réparation et la reconstruction de matériel open-source, voire de redonner vie à d’anciennes technologies pour une utilisation à plus petite échelle et plus durable. Pour reprendre l’expression qu’emprunte lui-même Uri Gordon, cette approche vise une « micropolitique subversive d’autonomisation techno-sociale » pour construire des espaces alternatifs matériels et sociaux.

Ces principes doivent cependant être critiqués. La résistance aux techniques de surveillance en vue de les abolir nécessite des efforts considérables de plaidoyer si et seulement si nous nous imaginons être dans un État démocratique dont les organes sont effectivement à l’écoute des citoyens. Dans une dictature, faut-il même en parler ? On voit bien ici que ce principe est d’emblée soumis aux conditions politiques de l’usage des techniques.

Concernant les technologies militaires, pour faire simple, nous pouvons prendre l’exemple de l’armement atomique. Un contrôle hiérarchique strict est nécessaire pour encadrer l’usage : compte-tenu de l’enjeu géostratégique, nous devons nous résoudre à ce que l’usage de l’arme nucléaire soit soumis aux jeux de pouvoir en politique extérieure (la dissuasion) comme en politique intérieure (prémunir l’arrivée au pouvoir d’un parti belliqueux). L’arme nucléaire existe et ce simple fait ne peut que nous cantonner à un plaidoyer en faveur du désarmement nucléaire mondial.

Concernant l’arrivée de nouvelles technologies, l’étude de cas des IA génératives (IAg) pourrait servir d’illustration. Comme je l’ai dit plus haut, nous devons sans cesse interroger le cadre axiologique par lequel nous élaborons une critique des techniques. Quelle est la dynamique des dispositifs socio-techniques et leurs points de jonction qui font que les IAg sont apparues et aient, de manière aussi spectaculaire, intégré nos pratiques quotidiennes ? Il faudrait en faire des études et elles sont encore loin d’être rédigées. Quelques éléments nous mettent sur la voie, par exemple les positions hégémoniques des entreprises qui fournissent des services d’IAg. Parmi les trois principes ci-dessus, lequel adopter ? sans doute un mixte. Mais c’est là l’un des points critiques que de définir ex ante trois attitudes possibles : si l’on veut rester honnête, elles ne sont pas exclusives entre elles et, dans cette mesure, elles aboutissent invariablement à des positions mitigées. Mais peut-être est-ce là la leçon de l’histoire des techniques : l’ambivalence des techniques nous pousse nous-mêmes à nous positionner de manière ambivalente, en acceptant nos contradictions et pourvu qu’on puisse en débattre sans relativisme. La manière dont nous conduisons nos systèmes techniques est le reflet de notre humanité.

Notes

  1. Il y a peu de références dans ce paragraphe car il serait laborieux d’expliquer dans le détail la construction de cet argumentaire. J’ai été l’un des étudiants en philosophie à Strasbourg de Miguel Espinoza qui nous a alors expliqué (avec plus ou moins de réussite) ses travaux remarquables sur l’intelligibilité de la nature. Prolonger la discussion ici nous amènerait bien trop loin.↩︎
  2. Oui, je sais bien que la religion n’a jamais empêché la rationalité, il y a assez de textes critiques théologiques pour le démontrer. Ce n’est pas mon sujet. C’est simplement qu’il est impossible de positionner un curseur fiable entre une simple approche critique religieuse des techniques et la volonté d’influence sociale qu’imposent les religieux sur le prétexte des techniques. Un exemple au hasard : les campagnes anti-avortement. Lorsque les religieux en auront fini avec ça, je commencerai peut-être éventuellement à leur tendre une oreille distraite si j’ai du temps à perdre.↩︎
  3. Sur ce point j’ajouterai une nuance car nous sommes aussi passés maîtres dans l’art de l’évaluation des risques, mais la question du principe de précaution se pose toujours dans un mouchoir de poche, par exemple lorsque le risque est à des années lumières de l’état des connaissances.↩︎
  4. L’image d’illustration de l’en-tête de ce billet est un extrait d’une image générée par Google Gemini 2.5. Voir la FAQ de Framasoft à ce propos.

Références

BOOKCHIN, Murray, 2016. Au-delà de la rareté : l’anarchisme dans une société d’abondance. Montréal Québec, Canada : Éditions Écosociété. ISBN 978-2-89719-239-6.

FOUCAULT, Michel, 2004. Naissance de la biopolitique : cours au Collège de France, 1978-1979. Paris, France : EHESS : Gallimard : Seuil. ISBN 978-2-02-032401-4.

GORDON, Uri, 2009. Anarchism and The Politics of Technology. WorkingUSA [en ligne]. 5/1/2009. Vol. 12, n° 3, pp. 489‑503. [Consulté le 27/7/2025]. DOI 10.1163/17434580-01203010. Disponible à l’adresse : https://brill.com/view/journals/wusa/12/3/article-p489_10.xml

HARTMANN, Detlef, 1981. Die Alternative : Leben als Sabotage. Iva-Verlag Polke. Tübingen.

HEIDEGGER, Martin, 1958. La question de la technique. In : Essais et Conférences. Paris : Gallimard. pp. 9‑48.

MARX, Karl, 1993. Le Capital. Critique de l’économie politique. Livre premier. Paris : PUF. Quadrige.

MARX, Karl, 2011. Manuscrits de 1857-1858 dits « Grundrisse ». Paris : Éditions sociales.

MARX, Karl, 2019. Misère de la philosophie. Paris : Payot.

MICHÉA, Jean-Claude et JULLIARD, Jacques, 2018. La Gauche et le peuple : lettres croisées. Paris, France : Flammarion.

PRÉVOST, Thibault, 2024. Les prophètes de l’IA : pourquoi la Silicon Valley nous vend l’apocalypse. Montréal, Canada : Lux Éditeur. ISBN 978-2-89833-161-9.

SLOBODIAN, Quinn, 2025. Le capitalisme de l’apocalypse : ou le rêve d’un monde sans démocratie. Paris, France : Éditions du Seuil. ISBN 978-2-02-145140-5.

STIEGLER, Barbara, 2019. « Il faut s’adapter » : sur un nouvel impératif politique. Paris, France : Gallimard. ISBN 978-2-07-275749-5.

THIEL, Peter, 2025. Peter Thiel et la fin des temps (parties 1 et 2) [en ligne]. [Le Grand Continent]. 20/4/2025. [Consulté le 26/4/2025]. Disponible à l’adresse : https://legrandcontinent.eu/fr/2025/04/20/peter-thiel-apocalypse-1/

WINNER, Langdon, 2020. The Whale and the Reactor. A Search for Limits in an Age of High Technology. Chicago : University of Chicago Press.

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    L’illusion du progrès numérique masque une réalité brutale : celle d’un monde où chaque geste alimente des systèmes de contrôle, de surveillance et d’exploitation. Ce n’est pas seulement l’intelligence artificielle, mais tout un modèle technologique, celui des plateformes, de la capture de l’attention, de l’extractivisme numérique, qu’il faut interroger. Ce texte n’invite ni à fuir ni à consentir : il appelle à politiser nos usages et à réarmer nos pratiques. Rhétorique du renoncement Vers la v

Docilités numériques

L’illusion du progrès numérique masque une réalité brutale : celle d’un monde où chaque geste alimente des systèmes de contrôle, de surveillance et d’exploitation. Ce n’est pas seulement l’intelligence artificielle, mais tout un modèle technologique, celui des plateformes, de la capture de l’attention, de l’extractivisme numérique, qu’il faut interroger. Ce texte n’invite ni à fuir ni à consentir : il appelle à politiser nos usages et à réarmer nos pratiques.


Rhétorique du renoncement

Vers la vingt-deuxième minute de cet entretien matinal sur France Inter, le 09 avril 2025, la journaliste Léa Salamé faisait dire à F. Ruffin qu’il n’y a pas d’alternatives aux GAFAM. « Vous utilisez Google Docs, vous ? ». Tout le monde utilise les outils des GAFAM, on ne peut pas faire autrement…

En écoutant ces quelques secondes, et en repassant mentalement les quelques vingt dernières années passées à militer pour le logiciel libre avec les collègues de Framasoft, je me disais que décidément, le refrain sans cesse ânonné du there is no alternative concernant les outils numériques, n’est pas un argument défaitiste, ce n’est pas non plus un constat et encore moins une lamentation, c’est un sophisme. « Vu que tout le monde les utilise, on ne peut pas faire autrement que d’utiliser soi-même les logiciels des GAFAM » est une phrase qui a une valeur contraignante : elle situe celui ou celle qui la prononce en figure de sachant et exclut la possibilité du contre-argument du logiciel libre et des formats ouverts. Elle positionne l’interlocuteur en situation de renoncement car mentionner les logiciels libres et les formats ouverts suppose un argumentaire pseudo-technique dont le coût cognitif de l’explication l’emporte sur les bénéfices potentiels de l’argument. Face aux sophismes, on est souvent démuni. Ici, il s’agit de l’argumentum ad populum : tout le monde accepte l’affirmation parce qu’un nombre suffisamment important de la population est censé la considérer comme vraie. Et il est clair que dans le bus ou entre le café et la tartine du petit déjeuner, à l’heure de l’interview dont nous parlons ici, beaucoup de personnes ont dû se sentir légitimées et ont abordé leur journée comme ces pauvres prisonniers au fond de la caverne, dans un état de cécité intellectuelle heureuse (mais quand même un peu coupable).

20 ans (et même un peu plus) ! 20 ans que Framasoft démontre, littéralement par A+B que non seulement les alternatives aux outils des GAFAM existent, mais en plus sont utilisables, fiables, souvent conviviales. Depuis que nous avons annoncé que nous n’irions plus prendre le thé à l’Éducation Nationale, nous avons vu passer des pseudo politiques publiques qui tendent vers un semblant de lueur d’espoir : de la confiance dans l’économie numérique, des directives pour les formats ouverts, des débats parlementaires où pointe parfois la question du logiciel libre dans une vague conception de la souveraineté… auxquelles répondent, tout aussi inlassablement des contrats open bar Microsoft dans les fonctions publiques (1, 2, 3), quand il ne s’agit pas carrément du pantouflage de nos ex-élus politiques chez les GAFAM. Comme on dit de l’autre côté du Rhin : Einen Esel, der keinen Durst hat, kann man nicht zum Trinken bringen, que l’Alsacien par chez moi raccourcit ainsi : « on ne donne pas à boire à un âne qui n’a pas soif », autre version de l’historique « laisse béton ». Le salut ne viendra pas des élus. Il ne viendra pas de l’économie libérale, celle-là même qui veut nous faire croire que l’échec tient surtout de nos motivations personnelles, d’un manque de performance, d’un manque de proposition.

Violence capitaliste

Si le logiciel libre n’était pas performant, il ne serait pas présent absolument partout. Il suffit d’ouvrir de temps en temps le capot. Mais comme je l’ai écrit l’année dernière, c’est une situation tout aussi confortable que délétère que de pouvoir compter sur les communs sans y contribuer, ou au contraire d’y contribuer activement comme le font les multinationales pour s’octroyer des bénéfices privés sur le dos des communs. En quelques années, les transformations du monde numérique n’ont pas permis au grand public de s’approprier les outils numériques que de nouvelles frontières, floutées, sont apparues. L’une des raisons principales de l’adoption des logiciels libres dans le domaine de la bureautique personnelle consistait à tenter de s’émanciper de la logique hégémonique des grandes entreprises mondialisées qui imposent leurs pratiques au détriment des besoins réels pour se gaver des données personnelles. Or, l’intégration des services numériques et la puissance de calcul mobilisée, aux dépends de l’environnement naturel comme de nos libertés, ont crée une attraction telle que la question stratégique des pratiques personnelles est passée au second plan. Ce qui importe maintenant, ce n’est plus seulement de savoir ce que deviennent nos données personnelles ou si les logiciels nous émancipent, mais de savoir comment s’extraire du cauchemar de la production frénétique de contenus assistée par IA. Nous perdons pied.

Ein Hitlergruß ist ein Hitlergruß ist ein Hitlergruß. Die Zeit Online

Die Zeit Online. 21/01/2025. Capture d’écran. Source.

Cette logique productiviste numérique est au sommet de la logique formelle du capital. Elle a une histoire dont la prise de conscience collective date des années 1980, contemporaine de celle du logiciel libre. C’est Detlef Hartmann (il y a bien d’autres auteurs) qui nous en livre l’une des formulations que je trouve assez simple à comprendre. Dans Die Alternative : Leben als Sabotage (1981), D. Hartmann procède à une critique de l’idéologie capitaliste en montrant comment celle-ci tend à subsumer l’ensemble des rapports sociaux sous une logique instrumentale, formelle, qui nie les subjectivités concrètes. C’est un processus d’aliénation généralisée : ce que le capitalisme fait au travailleur dans l’atelier taylorisé, il le reproduit à l’échelle de toute la société à travers l’expansion de technologies façonnées par les intérêts du capital. La taylorisation, qu’on peut résumer en une intensification de la séparation entre conception et exécution, devient paradigmatique d’un mode de domination : elle dépouille les individus de leur autonomie, les rendant étrangers à leur propre activité. À partir des années 1970-1980, cette logique d’aliénation se déplace du seul domaine de la production industrielle vers celui de la production symbolique et intellectuelle, via l’informatisation des tâches, toujours au service du contrôle et de la rationalisation capitalistes. Dans cette perspective, ce que Hartmann appelle la « violence technologique » s’inscrit dans le prolongement de la violence structurelle du capital : elle consiste à tenter de formater les dimensions qualitatives de l’existence humaine (l’intuition, l’émotion, l’imaginaire) selon les exigences d’un ordre rationnel formel, celui du capital abstrait. Cette normalisation est une violence parce que, au profit d’une logique d’accumulation et de contrôle, elle nie la richesse des facultés humaines, elle réduit les besoins humains à des catégories qui ne représentent pas l’ensemble des possibilités humaines1. Ce faisant, elle entrave les pratiques d’émancipation, c’est-à-dire la capacité collective à transformer consciemment le monde.

Contrôle et productivisme

La violence technologique capitaliste s’incarne à la perfection dans la broligarchie qui a contaminé notre monde numérique. Ce monde que, par excès d’universalisme autant que de positivisme, nous pensions qu’il allait réussir à connecter les peuples. Cette broligarchie joue désormais le jeu de la domination anti-démocratique. Elle foule même au pied la démocratie libérale dont pourtant nous avions compris les limites tant en termes d’inégalités que d’assujettissement des gouvernements aux intérêts économiques de quelques uns. Pour ces techbros, le combat est le même que le gouvernement chinois ou russe : le contrôle et les systèmes de contrôle ne sont pas des sujets démocratiques, il n’y a pas plus de contrat social et les choix politiques se réduisent à des choix techniques. Et il n’y a aucune raison que nous soyons exemptés dans notre start-up nation française.

Quelles sont les manifestations concrètes de ce productivisme dans nos vies ? il y a d’abord les algorithmes de contrôle qui relèvent du vieux rêve de l’automatisation généralisée dont je parlais déjà dans mon livre. Comme le montre H. Guillaud, ces systèmes décisionnels automatisés influencent les services publics, tout comme les banques ou les assurances avec une efficacité si mauvaise, entraînant des injustices, que l’erreur loin d’être corrigée devient partie intégrante du système. Le droit au recours, la nécessité démocratique du contrôle de ces systèmes, tout cela est nié parce que ces systèmes automatisés sont considérés comme des solutions, et non des problèmes. L’IA arrive alors comme le Graal tant attendu, surfant sur le boom du développement des IA génératives, les projets d’emmerdification maximale des services publics deviennent des projets d’avenir : si les caisses sont vides pour entretenir des services publics performants, utilisez l’IA pour les rendre plus productifs ! Comme l’écrit H. Guillaud :

Dans l’administration publique, l’IA est donc clairement un outil pour supprimer des emplois, constate le syndicat. L’État est devenu un simple prestataire de services publics qui doit produire des services plus efficaces, c’est-à-dire rentables et moins chers. Le numérique est le moteur de cette réduction de coût, ce qui explique qu’il soit devenu omniprésent dans l’administration, transformant à la fois les missions des agents et la relation de l’usager à l’administration. Il s’impose comme un « enjeu de croissance », c’est-à-dire le moyen de réaliser des gains de productivité.

Outre la question antédiluvienne du contrôle, cela fait bien longtemps que nous avons intériorisé l’idée que nous ne sommes pas seulement des usagers, mais surtout des produits. Ce constat ne relève plus de la révélation. Comme le montre David Lyon, c’est un choix culturel, une absorption sociale. En acceptant sans sourciller l’économie des plateformes, nous avons scellé un pacte implicite avec le capitalisme de surveillance, troquant nos données personnelles contre des services dont la pertinence est souvent discutable, dans des contrats où la vie privée se monnaie à vil prix. Ce choix, pour beaucoup, s’est imposé comme une fatalité, tant l’alternative semble absente ou inaccessible : renoncer à ces services reviendrait à se marginaliser et se priver de certains bienfaits structurels.

Pire : nous avons également intégré, souvent sans résistance, le modèle économique des plateformes parasites dont la logique repose sur l’intermédiation. Ces plateformes ne produisent rien : elles captent, organisent, et exploitent la relation entre des prestataires précaires et des clients captifs. Elles génèrent du profit non pas en créant de la valeur, mais en prélevant leur dîme sur chaque interaction. Et pourtant nous continuons à alimenter ces circuits toxiques : d’un côté, une généralisation du travail sous contrainte algorithmique, mal payé, pressurisé, et de l’autre, un mode de consommation séduisant qui reconduit en fait une exploitation des travailleurs qu’on croyait enterrée avec le siècle d’Émile Zola.

The Atlantic. Couverture Nov. 1967.

The Atlantic. Couverture Nov. 1967.

De l’émancipation

Dans sa conception classique, le logiciel libre se proposait d’effacer autant que faire se peut la distinction entre producteur et consommateur. Programmer n’est pas seulement une réponse à une demande industrielle, mais un moyen puissant d’expression personnelle et de possibilités créatives. Utiliser des programmes libres est tout autant créatif car cela renforce l’idée que l’utilisateur ne partage pas seulement un programme mais des savoirs, des rapports complexes avec les machines, au sein d’une communauté d’utilisateurs, dont font aussi partie les programmeurs.

L’efficacité et la durabilité de cette approche obéissent à une logique de « pratique réflexive ». La qualité d’un logiciel libre émerge d’une forme de « dogfooding », c’est-à-dire de la consommation directe du produit par son propre producteur, un processus d’amélioration continue. Cette pratique assure une dynamique auto-correctrice. Au sein de la communauté, la qualité du logiciel est d’autant plus renforcée par un feedback interne, où l’utilisateur se transforme en agent critique, capable d’identifier et de rectifier les dysfonctionnements de manière autonome. Il en résulte une production plus cohérente, car motivée par des intérêts personnels et collectifs qui orientent la création. Le code n’est pas seulement un produit technique, mais aussi un produit socialement inscrit dans une logique de désirs et de partage.

Code is law

– Lawrence Lessig

Privacy is power

– Carole Cadwalladr

Épuisement

C’est beau, non ? Dans ces principes, oui. Mais les barrières sont de plus en plus efficaces, soit pour élever le ticket d’entrée dans les communautés d’utilisateur-ices de logiciels libres, soit pour conserver la dynamique libriste au sein même de la production de logiciels « communautaires ».

Pour le ticket d’entrée, il suffit de se mettre à la place des utilisateurs. Là où il était encore assez facile, il y a une dizaine d’années, de promouvoir l’utilisation de logiciels libres dans la bureautique personnelle, le cadre a radicalement changé : l’essentiel de nos communications et de nos productions numériques passe aujourd’hui par des services en ligne. Cela pose la question du maintien des infrastructures techniques qui sous-tendent ces services. Il y a dix ans, Nadia Eghbal constatait que, au fil du temps, le secteur de l’open source a une tendance à l’épuisement par une attitude productiviste :

Cette dernière génération de développeurs novices emprunte du code libre pour écrire ce dont elle a besoin, mais elle est rarement capable, en retour, d’apporter des contributions substantielles aux projets. Beaucoup sont également habitués à se considérer comme des « utilisateurs » de projets open source, davantage que comme les membres d’une communauté.

Aujourd’hui, cette attitude s’est radicalisée avec les outils à base d’IA générative qui se sont largement gavés de code open source. Mais en plus de cela, cela a conduit les utilisateurs à s’éloigner de plus en plus des pratiques réflexives que je mentionnais plus haut, car il est devenu aujourd’hui quasi impossible de partager des connaissances tant l’usage des services s’est personnalisé : les services d’hébergement de cloud computing, l’intégration toujours plus forte des services à base d’IA dans les smartphones, l’appel toujours plus contraignant à produire et utiliser des contenus sur des plateformes, tout cela fait que les logiciels qu’on installe habituellement sur une machine deviennent superflus. Ils existent toujours mais sont rendus invisibles sur ces plateformes. Ces dernières vivent de ces communs numériques. Elles y contribuent juste ce qu’il faut, créent au besoin des fondations ou les subventionnent fortement, mais de communautés il n’y a plus, ou alors à la marge : celleux qui installent encore des distributions GNU/Linux sur des ordinateurs personnels, celleux qui veulent encore maîtriser l’envoi et la réception de leurs courriels… Dans les usages personnels (hors cadre professionnel), tout est fait pour que l’ordinateur personnel devienne superflu. Trop subversif, sans doute. Et ainsi s’envolent les rêves d’émancipation numérique.

Même les logiciels dont on pouvait penser qu’il participaient activement à une certaine convivialité d’Internet commencent à emmerdifier les utilisateurs. Par exemple : qui a convaincu la fondation Mozilla que ce dont avaient besoin des utilisateurs de Firefox c’est d’un outil de prévisualisation des liens dont le contenu est résumé par IA ? Que ce soit utile, efficace ou pas, n’est pas vraiment la question. La question est de savoir si les surcoûts énergétiques, environnementaux et cognitifs en valent la peine. Et la réponse est non. Dans un tel cas de figure, où est la communauté d’utilisateurs ? où sont les principes libristes ?

Vers une communauté critique

Il faut re-former des communautés d’utilisateurs, en particulier pour des services en ligne, mais pas uniquement. Avec son projet Frama.space, basé sur Nextcloud, Framasoft a annoncé haut et fort vouloir œuvrer pour « renforcer le pouvoir d’agir des associations ». L’idée mentionnée dans le billet qui était alors consacré portait essentiellement sur la capacité des associations et autres collectifs à faire face aux attaques contre les libertés associatives, la mise en concurrence des associations, les logiques de dépolitisation et de ringardisation. Avoir un espace de cloud partagé pour ne pas dépendre des plateformes n’est pas seulement une méthode pour échapper à l’hégémonie de quelques multinationales, c’est une méthode qui permet d’échapper justement aux logiques formelles qui nous obligent à la productivité, nous contraignent aux systèmes de contrôle, et nous empêchent d’utiliser des outils communs. Nextcloud n’est pas qu’un logiciel libre dont nous pourrions nous contenter d’encourager l’installation. C’est un logiciel dont le mode de partage que nous avons adopté, en mettant à disposition des serveurs payés par des donateurs, consiste justement à outiller une communauté d’utilisateurs. Et nous pouvons le faire dans une logique libriste et émancipatrice. Les communs qui peuvent s’y greffer sont par exemple des logiciels tels l’outil de supervision Argos Panoptès ou Intros, une application spécialement dédié à la prise en main de Frama.space. Ce que Framasoft encourage, ce n’est pas seulement des outils : cela reviendrait à verser dans une forme de solutionnisme infructueux. C’est l’« encapacitation » des utilisateurs.

Mais j’ai aussi écrit plus haut qu’il ne s’agissait pas seulement de services en ligne. Pourquoi avons-nous avancé quelques pions en produisant un logiciel qui utilise de l’IA comme Lokas ? Ce logiciel n’a rien de révolutionnaire. Il tourne avec une IA spécialisée, déjà entraînée, et il existe d’autres logiciels qui font la même chose. Qu’espérons-nous ? Constituer une communauté critique et autonome autour de la question de l’IA. Lokas n’est qu’un exemple : que souhaitons-nous en faire ? Si des modèles d’IA existent, quel avenir voulons nous avec eux ou à côté d’eux ? L’enjeu consiste à construire les conditions d’émancipation numérique face à l’envahissement des pratiques qui nous contraignent à produire des contenus sans en maîtriser la cognition.

J’ai affirmé ci-dessus la raison pour laquelle nous sommes embarqués de force dans un monde où les IA génératives connaissent un tel succès, quasiment sans aucune perspective critique : elles sont considérées comme les outils ultimes de la mise en production des subjectivités, leur dés-autonomisation. Les possibilités sont tellement alléchantes dans une perspective capitaliste que tout argument limitatif comme les questions énergétiques, climatiques, sociales, politiques, éthiques sont sacrifiées d’emblée sur l’autel de la rentabilité start-upeuse au profit de l’impérialisme fascisant des techbros les plus en vue. Ce que nous souhaitons opposer à cela, tout comme Framasoft avait opposé des outils alternatifs pour « dégoogliser Internet », c’est de voir si une alternative à l’« IA über alles » est possible. La question n’est pas de savoir si nous apporterons une réponse à la pertinence de chaque outil basé sur de l’IA générative ou spécialisée. La question que nous soulevons est de savoir quelles sont nos capacités critiques et notre degré d’autonomie stratégique et collective face à des groupes d’intérêts qui nous imposent leurs propres outils de contrôle, en particulier avec des IA.

Capital (poing dans une flaque rouge). Affiche Mai 1968

Capital (poing dans une flaque rouge), Fac. des Sciences. BNF. Collection [Mai 1968]. Affiche. Source.

Une émancipation numérique collective

Il y a vingt ans déjà, nous avions compris que culpabiliser les utilisateurs de Windows constituait non seulement une stratégie inefficace, mais surtout contre-productive, dans la mesure où elle nuisait directement à la promotion et à la légitimation des logiciels libres. Cette attitude moralisatrice présupposait une liberté de choix que la réalité technologique, sociale et économique ne garantit pas à tous. L’environnement numérique est souvent imposé par défaut, par des logiques industrielles, éducatives ou institutionnelles. La posture libriste ne peut être qu’une posture située, consciente des rapports de force et des contraintes concrètes qui pèsent sur les individus.

À l’heure de l’IA générative omniprésente, le rapport de force s’est accentué et l’enfermement technologique est aggravé. Les systèmes d’exploitation en deviennent eux-mêmes les vecteurs, comme le montre la prochaine version de Windows, où la mise à jour n’est plus un choix mais une obligation, dissimulant des logiques de captation des usages et des données.

Dans ce contexte, proposer des alternatives « sans » IA devient de plus en plus difficile – et pourrait s’avérer, à terme, irréaliste. Dans la mesure où l’environnement numérique est colonisé par les intérêts d’acteurs surpuissants, il ne s’agit plus de rejeter globalement l’IA, mais de re-politiser son usage : distinguer entre les instruments de domination et les instruments d’émancipation.

Il serait malhonnête de nier en bloc toute forme d’utilité aux systèmes d’IA. Automatiser certaines tâches, c’est un vieux rêve de l’informatique, bien antérieur à l’essor actuel de l’IA générative. Il arrive que des IA fassent ce qu’on attend d’elles, surtout dans des environnements et des rôles restreints. Lorsqu’on regarde l’histoire des techniques numériques dans l’entreprise dans la seconde moitié du XXe siècle, on constate autant de victoires que de défaites, sociales ou économiques. Mais les usages supposément vertueux sont devenus l’argument marketing préféré des entreprises de l’IA d’aujourd’hui : une vitrine bien propre, bien lisse, pour faire oublier les ravages sociaux, environnementaux et politiques que ces technologies engendrent ailleurs. Comme si quelques cas d’usage médical, par exemple en médecine personnalisée, pouvaient suffire à justifier l’opacité des systèmes, la dépendance aux infrastructures privées, la capture des données sensibles et l’accroissement des inégalités. Ce n’est pas parce qu’une technologie peut parfois servir qu’elle sert le bien commun2.

De même que la promotion des logiciels libres n’avait pas vocation à se cristalliser dans un antagonisme stérile entre Windows (ou Mac) et GNU Linux, la question d’une informatique émancipatrice ne peut aujourd’hui se réduire à un débat binaire « pour ou contre l’IA ». Il faut reconnaître la diversité des IA – génératives, prescriptives, symboliques, décisionnelles, etc. – et la pluralité de leurs usages. L’enjeu est de comprendre leur place dans les systèmes techniques, reflets des rapports socio-économiques, et des visions du monde. Les IA nouvelles, notamment génératives, connaîtront un cycle d’adoption : après l’euphorie initiale et les sur-promesses, viendra probablement une phase de décantation, une redescente vers un usage plus mesuré, plus intégré, moins spectaculaire. Selon moi, cette marche forcée prendra fin. Mais ce qui restera – les infrastructures, les dépendances, les cultures d’usage – dépendra largement de ce que nous aurons su construire en parallèle : des communautés numériques solidaires, résilientes, capables de reprendre la main sur leurs outils et de refuser les logiques de dépossession. Quelle résilience pouvons-nous opposer à la violence technologique que nous subissons ? Il ne s’agit pas d’imaginer un monde d’après, neutre ou apaisé, mais de préparer les conditions de notre autonomie dans un monde où la violence technologique est déjà notre quotidien.

— Christophe Masutti


Notes

  1. J’emprunte cette formulation à Agnès Heller, La théorie des besoins chez Marx, Paris, Les Éditions sociales, 2024, p.51.↩︎

  2. Pour continuer avec l’exemple de la médecine, souvent employé par les thuriféraires de l’IA-partout, on voit poindre régulièrement les mêmes problèmes que soulève depuis longtemps la surveillance algorithmique. Ainsi ce récent article dans Science relate de graves biais relatifs aux groupes sociaux (femmes et personnes noires, essentiellement) dans la recherche diagnostique lorsqu’on utilise une aide à l’analyse d’imagerie assistée par IA. ↩︎

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